Scuola senza italiani, il preside: “E’ bellissimo”

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A Torino ci sono due classi prime elementari dell’istituto comprensivo Ilaria Alpi (Perotti, Deledda e D’Acquisto) in cui non c’è neppure un bambino italiano. Fanno parte del plesso D’Acquisto, dichiarato inagibile e per questo ubicate nella scuola media Croce, in una zona tra le più multietniche di Torino.

“In tutte le classi – spiega la preside Aurelia Provenza, arrivata da Palermo il 22 agosto – la percentuale di stranieri è il 60% degli iscritti. I più numerosi sono rumeni, cinesi, marocchini e moldavi. La nostra è una scuola dell’accoglienza”. No, la vostra è la scuola della sostituzione etnica. Paghiamo le tasse per farci invadere ed insegnare l’italiano ai figli degli invasori.

Sulle classi senza italiani la preside spiega che “i bambini sono stranieri di seconda generazione, hanno frequentato la scuola materna e hanno già una prima alfabetizzazione. Le maestre sono docenti di ruolo da tanti anni, sono molto competenti”. E promette: “Faremo di questi bambini dei cittadini italiani a tutti gli effetti”. Certo, come no.

Ovviamente i costi per mandare a scuola i figli degli immigrati non vengono mai inclusi nelle ricerche sui costi-benefici economici dell’immigrazione. Se lo facessero, non solo sarebbe evidente la sostituzione etnica in corso, ma anche quanto ci costa fingere di integrare i figli degli immigrati, come quelli di Rimini.

La prima elementare della scuola Giovanni Lombardo Radice in via Paravia 83, zona popolare e a forte immigrazione di San Siro a Milano, era stata chiusa nel 2011 dal ministero dell’Istruzione perché gli iscritti erano 17 bambini stranieri su 19. Non era arrivata così l’autorizzazione alla formazione della prima classe perché secondo la legge i non italiani non dovrebbero superare il 30% del totale degli alunni. Nel 2012 il sindaco Pisapia ne ottenne però la riapertura, con gli iscritti sempre per lo più figli di immigrati.

MILANO: ITALIANI IN VIA DI ESTINZIONE A SAN SIRO

L’anno scorso, su 131 alunni, 125 erano stranieri. Poi c’erano 6 ‘ostaggi’. Un’altra scuola, la primaria di via Dolci, a un solo chilometro di distanza dalla Radice di via Paravia, vedeva la percentuale di alunni stranieri superare l’80%.

Non stanno propriamente meglio altre scuole milanesi, tutte frequentate da un numero sempre più crescente e dominante di non italiani: gli istituti di via Padova, via Vespri Siciliani al Giambellino, via Monte Velino, (zona piazzale Cuoco), via Bodio (alla Bovisa), via Scialoia ad Affori, Quarto Oggiaro, Bruzzano.

Nella classe di soli immigrati dove si parla ‘a gesti’

Ovviamente la stragrande maggioranza di questi alunni stranieri non parla neppure italiano o lo parla malissimo, con inevitabile danno allo svolgimento dei programmi didattici. Non solo, le assenze quotidiane tendono a rendere queste scuole più che dei ghetti pubblici, degli istituti fantasma dove si aggirano di tanto in tanto gli studenti che timbrano giusto qualche volta il cartellino.

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Ma queste scuola ‘ghetto’ si moltiplicano in tutta Italia. A Venezia, Mestre e Marghera in alcune scuole i figli di immigrati sono oltre l’83%, mentre il tetto dovrebbe essere del 30%

E la soluzione non è certo l’integrazione forzata. Molto meglio classi solo di immigrati da una parte che un infernale melting pot dove i bambini italiani si sentono stranieri in patria.

L’idea del ‘tetto’ è una stupidaggine: il tetto va messo nel non farli entrare in Italia, non nello sparpagliarli sul territorio e nelle scuole.

L’emergenza è quella di abrogare i ricongiungimenti familiari. Altrimenti faremo la fine della Francia (foto in alto).

E non è solo una questione qualitativa:

Troppi immigrati in classe, ‘francesi’ somari d’Europa

Più il cancro multietnico è concentrato, meno intacca il corpo sociale. Più semplice sarà curarlo.

E’ infatti meglio concentrarli. Così il degrado multietnico rimane circoscritto e concentrato. E poi casa. Loro.

Ci stiamo avviando verso la società di tipo americano: completamente atomizzata. Putnam, studioso di Harvard per primo analizzò con dati e numeri, il fenomeno della frammentazione sociale causata dall’immigrazione. Non c’è ritorno.

Robert Putnam ha dimostrato come, più una comunità è “diversa” dal punto di vista culturale e razziale, più questa diviene non cooperativa ed emotivamente frammentata.




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