Nella classe di soli immigrati dove si parla ‘a gesti’

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Stiamo regredendo all’epoca dei primati, quando all’uso della parola si ‘preferiva’ fare versi e gesti. Succede a Milano. In una scuola ‘italiana’.

“Dietro ai banchi – scrive Maria Sorbi del Giornale – ci sono bambini egiziani (la maggior parte), moldavi, cingalesi, cinesi, marocchini.

L’unica italiana in classe è la maestra. Che però paghiamo noi, non i i cingalesi, moldavi etc. etc.

E’ la scuola elementare – ma proprio elementare – di via Paravia, zona San Siro, classe I° A: e sono tutti stranieri.

I cuccioli d’immigrato sanno dire solo «ciao».

«Usiamo il metodo dei mimi – spiega in modo quasi comico un’insegnante – Durante i primi giorni, già solo per far capire ai bambini quando devono sedersi o alzarsi mimiamo il “su“ e il “giù“. E poi ci aiutiamo con le immagini, per arrivare poi a insegnare l’alfabeto figurato e applicare il metodo tradizionale, come in una prima elementare qualunque».

«Noi cerchiamo di fare il possibile e di gettare delle buone basi. Certo, se questi bambini fossero distribuiti in classi con la maggioranza di alunni italiani, sarebbe tutto più facile anche per loro» (…) I figli egiziani delle famiglie più facoltose si iscrivono alla scuola araba «Nagib Mahfuz», a pochi metri da via Paravia. Tanti altri stranieri stanno iniziando a confluire all’istituto Cadorna di via Dolci. Che da parecchi è ritenuto «il nuovo caso Paravia», dove tra qualche anno gli alunni extra comunitari saranno più di quelli italiani. «Però – fanno notare in via Paravia – nell’istituto di via Dolci – gli stranieri vengono distribuiti nelle classi italiane e suddivisi in piccoli gruppi. Questo rende più facile l’inserimento». E poi ci sono i genitori. I papà, per questioni di lavoro, parlano un po’ di italiano. Le mamme no. Spesso nemmeno una parola. Per questo sono già partite le iscrizioni ai corsi per adulti. Ma l’alfabetizzazione non è sufficiente (…).

Siamo allo sbando. Secondo alcuni soloni, dovrebbero essere risorse, si, per affondare.




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