Jihad finanziata dall’Italia attraverso finanza islamica: la base a Milano

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Un fiume di denaro movimentato attraverso banche islamiche clandestine in grado di eludere i controlli con sistemi arcaici tradotti nei tempi moderni. Triangolazioni che consentono di evitare il trasporto fisico all’estero dei contanti e in parallelo il classico traffico di denaro nascosto nelle auto o nei bagagli sugli aerei, con il sospetto di contatti tra gruppi criminali specializzati nel riciclaggio e organizzazioni jihadiste.

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Quando lo scorso novembre erano scattati 13 arresti nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Milano che aveva smantellato un’organizzazione con base nel capoluogo lombardo in grado di trasferire milioni di euro con il metodo dell’hawala, un sistema islamico di compensazioni senza trasferimento fisico dei soldi, il gip di Milano Teresa De Pascale aveva messo nero su bianco: i terroristi islamici «raccolgono fondi per compiere i loro attentati in Paesi diversi da quelli scelti come obiettivi dei loro attacchi», trasferendo «capitali da un Paese all’altro» proprio «grazie a pratiche come l’hawala», sistema che ha origine nel mondo arabo nella notte dei tempi, basato sull’onore e su di una rete di mediatori.

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Punto di contatto tra estremisti islamici e il gruppo composto da egiziani, siriani e marocchini che avrebbe movimentato fino a 10 milioni di euro tra Italia, Marocco, Egitto, Libia e Ungheria – denaro proveniente in diversi casi da traffico di armi e droga o favoreggiamento dell’immigrazione clandestina – è la figura del libico Salem Bashir Mazan Rajah. Un uomo, ora irreperibile, «contiguo ad ambienti di integralismo islamico», che avrebbe trasportato contanti sulla rotta Libia-Italia-Europa per oltre 100 milioni di euro. Denaro scomparso dai radar, la cui destinazione finale è rimasta ignota.

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Le indagini della Guardia di finanza, coordinate dai pm Alberto Nobili e Adriano Scudieri, sono proseguite dopo il blitz di novembre, con interrogatori e analisi di documenti e materiale informatico sequestrato. La pista jihadista è stata vagliata con attenzione senza trovare, per ora, ulteriori riscontri. L’impianto accusatorio ha retto anche davanti al Tribunale del riesame, che ha respinto i ricorsi presentati da alcuni degli indagati. E la Procura si prepara a formulare una richiesta di giudizio immediato, che manderebbe i 13 indagati a processo saltando l’udienza preliminare sulla base «dell’evidenza della prova». Resta un pesante sospetto, l’ombra della jihad e le tracce dei viaggi e dei soggiorni a Milano di Salem Bashir Mezan Rajah. Il 22 maggio del 2015, l’uomo fu bloccato all’aeroporto di Linate con 297 mila euro in contanti. Nel suo telefono, sequestrato, furono trovate foto inneggianti all’Isis. L’esame delle banche dati tedesche e francesi consentì di accertare che il libico tra il 2013 e il 2015 aveva introdotto circa 20 milioni di euro in Germania, altrettanti in Francia, dieci milioni in Italia ed un milione in Olanda, per un totale di oltre 50 milioni. Paesi dove l’uomo era in contatto con presunti jihadisti.

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