“Inutile fare figli italiani, meglio sostituirli con immigrati”

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Nel giornalismo ci sono quelle che si chiamano in gergo “marchette”, pubblicità gratuita fornita ad amici (o clienti) che nulla a che fare con la cronaca. Non si può spiegare in altro modo una singolare intervista comparsa oggi sull‘Huffington Post a tale Stefano Proverbio, “director” di McKinsey & Company. Un manager di una multinazionale americana di “consulenza strategica” al quale serviva un po’ di promozione per il suo libro “Dialogo sull’immigrazione. Tra falsi miti e scomode verità”. La “scomoda verità” che ci racconta Proverbio è che per “l’Italia l’immigrazione è una necessità imprescindibile”. Ma il nostro manager va oltre e ci spiega anche che “fare più figli italiani non basterebbe: primo perché ci vorrebbero venti anni prima che entrino nel mondo del lavoro; e poi per colmare il gap bisognerebbe tornare a sei figli per donna”.

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E qui basterebbe guardare i dati della disoccupazione giovanile in Italia oggi: se abbiamo oltre il 30 per cento di disoccupazione giovanile, significa che oggi non abbiamo bisogno di immigrati. E significa che, diminuendo i giovani in futuro, avremmo meno disoccupati senza avere bisogno di immigrati. E’ matematica.

Alla domanda ficcantissima dell’Huffington Post “gli immigrati dunque sono una risorsa che può sostenere la nostra economia?”, il nostro “director” risponde così: “Certamente. E lo sono già. Basti pensare che l’8% del nostro Pil è fatto già oggi dagli immigrati. E il numero di nuove imprese aperte dagli stranieri in Italia cresce del 3% all’anno, mentre quelle aperte dagli italiani cala dell’1% l’anno. Anche far ringiovanire la popolazione sostiene l’economia facendo ripartire i consumi”, dice Proverbio, riaffermando alcune delle bufale sull’immigrazione a cui da anni non crede più nessuno.

Se oltre l’8 per cento della popolazione genera solo l’8 per cento del Pil, mentre genera 1/3 dei detenuti, il conto sui costi benefici è semplice.

E il motivo per il quale generano meno ricchezza della loro proporzione nella popolazione è semplice, le rimesse:

Ogni anno perdiamo 5 miliardi di euro ‘grazie’ ai migranti

Ogni anno perdiamo lo 0,5% di Pil ‘grazie’ ai migranti. Se i loro lavori li facessero i disoccupati italiani, il Pil italiano crescerebbe del doppio di quanto cresce oggi.

E poi i casi studiati – come l’immigrazione dei vietnamiti e dei cubani – dimostrano che l’immigrazione crea un circolo virtuoso nell’economia del Paese di approdo con un aumento medio anche dei salari dei nativi. Guardiamo al caso di Israele che ha importato un milione di russi laureati e ha avuto un boom economico eccezionale: oggi per iniziative di start up Israele ha superato la Silicon Valley, e questo è dovuto essenzialmente agli immigrati”.

Israele ha importato Ebrei. E’ come se noi importassimo gli italiani di Argentina e Brasile. Non certo africani. Ma non ditelo al manager.

Dulcis in fundo. Altra domanda ficcantissima della giornalista dell’Huffington, che chiude la sua marchetta così: “Dove sbaglia l’Italia oggi?”, ci dica signor manager. “In Italia c’è anche il problema che mentre facciamo aspettare i migranti per accogliere la richiesta di asilo, non gli permettiamo di lavorare”, dice rammaricato il buon Proverbio, triste per l’impossibilità di assumere altri poveracci a due spicci. “Questo porta al rigetto da parte della popolazione, che vede queste persone ciondolare per strada senza un’occupazione, e ad un’altra percentuale di immigrati che nel nostro Paese delinque, un’anomalia tutta italiana”. Un’anomalia tutta italiana dice. Proverbio a studiarsi due dati sui tassi di criminalità in Europa, o potrebbe fare due domande alle ragazze molestate a Colonia. O magari guardarsi i nomi degli autori degli attentati.

La soluzione ai fancazzisti che ciondolano per strada è non farli arrivare ed espellerli, non usarli come manodopoera low-cost al posto dei lavoratori italiani nelle multinazionali per cui lavora la multinazionale del manager.




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