Espellere i clandestini costa meno che ospitarli, molto meno



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Il piano per il rimpatrio dei 600mila clandestini presenti in Italia costerebbe circa 2 miliardi di euro. Una ‘inezia’ rispetto ai 10 miliardi spesi negli ultimi tre anni per ospitarli in hotel. E poco anche rispetto ai costi sociali, sanitari ed economici che peserebbero su di noi nei prossimi anni.

Le risorse del piano rimpatri servirebbero essenzialmente a far funzionare il meccanismo a partire dall’abolizione dei permessi umanitari, alla velocizzazione delle pratiche burocratiche in capo alle prefetture fino a destinare, una piccola parte dei soldi impiegati oggi per l’accoglienza, ai percorsi di accompagnamento nella terra d’origine dei singoli stranieri. Vale a dire che se ne spenderebbero 2 a fronte di 10.

Diversamente l’Italia potrà essere costretta a sborsare annualmente la medesima quantità di risorse per quella che di fatto non è mera accoglienza piuttosto una completa presa in carico dell’immigrato. Già perché nei 10 miliardi di euro impegnati tra il 2015 e il 2017 è compreso l’intero pacchetto di servizi che i faccendieri della solidarietà (cooperative sociali, ong e onlus), ossia attori economicamente forti in fatto di numeri e capacità gestionali, offrono alle prefetture da nord a sud dividendosi e subappaltando efficacemente fette omogenee di mercato. Sono loro infatti che si assicurano i contratti per l’ospitalità, organizzano la gestione dei centri d’accoglienza straordinari, quelli dei minori non accompagnati, i servizi per i richiedenti asilo e non ultimo, curano l’interpretariato e la mediazione culturale. La quota giornaliera per ogni immigrato assistito è di 45 euro lordi (35 euro più iva) e comprende alloggio, vitto, abbigliamento, assistenza sociale, linguistica e psicologica e sanitaria.

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Nell’intero calmiere del dispendio non possono mancare i servizi di supporto alla commissione territoriale durante i colloqui di chi richiede l’asilo. Parcelle orarie, per traduttori di lingue sconosciute ai più, dialetti e idiomi quasi estinti, che partono dai 20 euro fino a 27. Oltre alla quota parte, dell’ordine delle centinaia di migliaia di euro, destinata al trasporto degli stranieri, nonché i contributi per i progetti cosiddetti Sprar (Servizi protezione richiedenti asilo e rifugiati) destinati direttamente ai singoli comuni. Voci di spesa aggiuntive sono quelle riferite ai programmi di rimpatrio volontario assistito: un flop in piena regola che per il biennio corrente sta costando 8 milioni di euro e avrebbe lo scopo di reintegrare a casa propria un centinaio di migranti economici. E non è finita qui. Non è da trascurare anche la spesa extra per le manutenzioni ordinarie e straordinarie dei centri hotspot. Per quello di Lampedusa ad esempio sono a disposizione 980 mila euro per la prossima ristrutturazione del complesso. Soldi erogati direttamente dal ministero dell’Interno alla prefettura, stazione appaltante Invitalia. Negli ultimi due anni la presa in carico dei migranti è stata arricchita e affiancata da programmi aggiuntivi in sinergia tra istituzioni e terzo settore. Pubblicazioni patinate dispendiose, firmate da autorevoli figure istituzionali dei vari dipartimenti del Viminale.

Molto spesso sono le stesse coop e onlus che gestiscono i servizi primari a ingegnarsi per stilare progetti dai titoli e dalle apposizioni ridondanti e ipocritamente accorate che sottendono concetti di integrazione e inclusione sociale. Spesso solo chiacchiere che denotano il fardello dell’approccio italiano alla gestione della migrazione e il perché di una quantità di denaro impressionante.

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