Profugo violenta donne, processo rimandato di 3 anni perché non parla italiano

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“Parla solo bengalese, non può difendersi”, sostiene il suo legale. Nonostante sia nel nostro paese da tre anni e mezzo, l’imputato non capirebbe né l’italiano, né l’inglese.

Nuovi contrattempi in vista per il processo per stalking e violenza sessuale a un rifugiato, ospite nel 2015 dell’albergo Carpe Diem di Orte, adibito a centro di accoglienza.

E’ emerso a un anno dalla prima udienza del processo, rinviata per la traduzione in lingua inglese del decreto di giudizio immediato, per dare modo all’uomo, un bengalese di 32 anni, che non parlerebbe italiano, di comprendere le accuse.

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Il 32enne, che in quell’occasione non era presente in aula, è comparso nuovamente davanti al collegio martedì, assistito dall’avvocato Samuele De Santis, secondo il quale non capirebbe neanche l’inglese.

“Per parlare con lui ho dovuto chiedere aiuto a un fruttivendolo suo connazionale. Non capisce né l’italiano, né l’inglese. E se non capisce, non è in grado di difendersi”, ha spiegato il legale al collegio presieduto dal giudice Gaetano Mautone.

“Da quanto tempo si trova in Italia?”, ha chiesto allora il giudice all’imputato. E sentendosi rispondere “da tre anni e mezzo” ha rinviato la nomina di un eventuale interprete bengalese a una fase successiva.

Vittime sono una 41enne, ai tempi in avanzato stato di gravidanza, e un’addetta alle pulizie del centro di 31 anni.

“A mamma, no”, avrebbe detto il maniaco alla lettone che scappava dopo essersi divincolata da un abbraccio non voluto. Avrebbe avuto paura di finire nei guai, se l’avesse saputo la titolare della struttura. Davanti alla donna incinta, invece, si sarebbe masturbato.

Nelle intenzioni della procura, doveva essere un processo lampo, senza il passaggio dall’udienza preliminare, come chiesto dalla pm Chiara Capezzuto, in virtù dell’evidenza delle prove, scaturite dalla duplice denuncia. Ma il migrante non parla italiano.

La donna delle pulizia sarebbe stata presa alle spalle dall’imputato mentre puliva il bagno di una delle camere: “Ha tentato di baciarmi sulla bocca – disse – io mi sono divincolata e lui ha detto ‘A mamma, no’, pr dire che non dovevo dirlo alla mia datrice di lavoro, che i rifugiati chiamavano mamma”.




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