Nigeriano ammazza ma ottiene Asilo lo stesso

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Abbiamo accolto un ladro, assassino e criminale reo confesso. Il nigeriano, uno dei capi di una confraternita nigeriana, ha partecipato ad azioni criminali come furti, omicidi ed altre azioni violente e l’ha confessato lui stesso di fronte alla Commissione territoriale per il diritto d’asilo.

Ma tutto questo decade davanti al fatto che in Italia ha avuto due figli, come Oseghale, che ha fatto a pezzi Pamela. Così il solito Tribunale gli ha concesso un bel permesso umanitario.

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Il tutto certificato da una sentenza emessa il 16 ottobre 2019 dal Tribunale di Bari, sezione specializzata in materia di immigrazione e protezione internazionale. La storia inizia nel 2008 quando Taiwo entra a far parte del gruppo cultista del Supreme Eiye di cui in poco tempo diventa “uno dei capi”, partecipando “ad azioni criminali, quali furti, omicidi e altre azioni violente“. Nella scala gerarchica, composta da 8 linee di potere, avrebbe occupato la posizione numero 4 col compito di “custode delle armi”.

Nel 2015 il nigeriano però si sposa e, stando al suo racconto, l’anno successivo decide di uscire dalla Confraternita. La mossa non piace agli ex compagni di scorribande, che lo avrebbero minacciato di morte. Alla Commissione Taiwo racconterà che “mentre si trovava ricoverato in ospedale era stato informato da un suo amico che i membri del gruppo intendevano avvelenarlo”. Così decide di fuggire con la moglie. E a novembre del 2016 arriva nel Belpaese.

La Commissione ritiene però il suo racconto “non credibile”, perché “vago e incoerente”. Tanto che le sue dichiarazioni non vengono “ritenute in linea con quelle della moglie, anch’ella richiedente asilo”. Taiwo, vistosi negare accoglienza, come molti suoi colleghi si rivolge al Tribunale. Anche i tre magistrati del Collegio giudicante però ritengono che la sua narrazione “si caratterizzi per grave imprecisione, frammentarietà, incongruenza, implausibilità”. E non solo per via della “contraddittoria indicazione delle date in cui si sono svolti gli eventi” (prima dice di essere entrato nei Supreme Eiye nel 2008, poi nel 2009), ma anche per tanti altri motivi. Ad esempio: mentre di fronte alla Commissione “non è stato in grado di descrivere con precisione le caratteristiche” della confraternita, miracolosamente di fronte al Tribunale “ha aggiunto una descrizione particolareggiata della setta”. Inoltre, ai giudici ha detto di “non aver partecipato ad attività criminali ma solo dimostrative”, mentre alla Commissione aveva parlato di “furti, omicidi e altre azioni violente”. Infine, alle toghe ha detto di aver lasciato la confraternita perché avevano fatto uccidere tre suoi fratelli, mentre ai commissari aveva dichiarato essere scappato perché “gli creavano problemi con il matrimonio”. Insomma: un casino.

Per questo i giudici, giustamente, gli hanno negato sia lo status di rifugiato che la protezione umanitaria. Logica vorrebbe che un signore che si spaccia per (oppure è veramente) assassino, ladro e violento venga rimandato al Paese d’origine. Invece no. Visto che ha allegato al ricorso la prova di essere diventato da poco padre e di essere in attesa di un altro pargolo, allora merita di restare in Italia. “L’unità familiare e lo svolgimento del ruolo genitoriale vanno certamente ascritti nel novero delle situazioni giuridiche primarie, fondamentali e inviolabili dell’uomo”, hanno scritto i giudici. E questi diritti subirebbero “una grave compromissione laddove al ricorrente non fosse consentito di rimanere in Italia accanto a suo figlio e all’altro genitore”.

Dunque via libera al permesso di soggiorno per motivi umanitari. E benvenuto a Taiwo, ladro, criminale e assassino.




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