Il prete diventato ricco con l’accoglienza targata PD: al parroco 50mila euro cash

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“La società Cassiopea poteva partecipare al bando di gara della prefettura per l’accoglienza dei migranti perché aveva stipulato una convenzione con la parrocchia di San Michele Arcangelo, a Sassofortino, nel comune di Roccastrada. La prima metteva l’immobile, riceveva i finanziamenti e li investiva, la propositura doveva fornire i servizi di assistenza spirituale e legale occupandosi anche degli aspetti sanitari. Ma la parrocchia non aveva personale dipendente, quello che c’era era di Cassiopea. Approfondimmo con l’Arcidiocesi di Grosseto e vennero conferme». Così un finanziere squarcia il velo sulla clamorosa vicenda che vede al centro gli appalti per l’accoglienza ai migranti nel Senese. Imputato Guido Pacchioni, ieri in aula accanto ai difensori Vincenzo Martucci e Josef Mottillo. E’ accusato di turbativa d’asta, calunnia e auto-riciclaggio.

Due ore la testimonianza dell’investigatore, sollecitato dal pm Silvia Benetti. Che ricostruisce l’incipit dell’indagine a seguito di una segnalazione della prefettura nel 2017 che chiedeva accertamenti ampi a seguito di rapporti di servizio dell’Arma di Chiusdino. «Tre i centri gestiti da Pacchioni – sottolinea il finanziere –, a Rosia, Sovicille e Monticiano. Ma nel 2018 ci fu l’esclusione dalla gara perché Cassiopea e l’altra società, ‘Gabriella’, risultavano riconducibili allo stesso centro decisionale». Durante le verifiche fu scoperta tra l’altro l’esistenza di una società di import-export «di cui erano soci Pacchioni, la moglie, un marocchino ed un sacerdote». L’amministratore di Cassiopea risultava Alfonso Gai, l’imputato invece figurava come dipendente e direttore delle tre strutture. «Ma le intercettazioni – prosegue il testimone – evidenziavano che alcune decisioni societarie venivano prese da lui».

Svela poi i retroscena dei rapporti di amicizia con il sacerdote di Sassofortino, don Aimè. «Venne invitato per essere sentito a sommarie informazioni. Contattò allora Pacchioni dicendo ‘Mi hanno convocato, cosa devo dire’. Fissarono un incontro, a Siena Ovest. Noi c’eravamo, parlarono venti minuti in auto, poi lo aspettammo in ufficio. Era il dicembre 2017. Quando uscì telefonò all’amico per fargli un resoconto. ‘Va bene, poi ci vediamo e ne parliamo a voce’, rispose. Successivamente il parroco andò un po’ in confusione, ebbe molti contatti con l’imprenditore. Quasi uno ogni ora. Secondo il diritto canonico si trattava di un atto di straordinaria amministrazione, la convenzione. Sia nel 2015, 2016 e 2017 era stato firmato dal sacerdote e ciò a nostro avviso lo rendeva nullo. Doveva siglarlo il vescovo oppure un suo incaricato», racconta ancora l’investigatore. Di più. Era stata seguita ovviamente la scia del denaro atraverso le banche.

«Ebbene è emerso – prosegue la Finanza, che ha tenuto sotto controllo 10 telefoni, compreso quello di don Aimè, ascoltando 2400 conversazioni e rilevando l’uscita senza giustificazione contabile di oltre 600mila euro – che 50 mila erano andati non sul conto corrente della parrocchia bensì su quello personale del parroco. Contabilmente non andava bene». Nella prossima udienza del giudice Chiara Minerva saranno ascoltati 7 testimoni, fra cui due migranti e altrettanti dipendenti della prefettura. Affidato l’incarico per trascrivere alcune intercettazioni.




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