Moderato, dialogante, collaborativo con le forze dell’ordine e solido argine davanti alle teste calde seminatrici di odio. A lungo l’ormai ex presidente del Centro culturale islamico di Latina, che ruota attorno alla moschea di via Chiascio, Mohamed Manai, era apparso così.
Con tanto di protocolli firmati e di foto da grandi occasioni insieme a questore e prefetto.
Dall’inchiesta antiterrorismo denominata “Mosaico”, culminata con cinque arresti e una ventina di perquisizioni a carico di altrettanti indagati, emerge invece un quadro dell’ex numero uno dell’Islam in terra pontina decisamente opposto. Viene fuori la figura di un uomo che all’ombra del luogo di culto sarebbe stato il primo a parlare la lingua dell’odio, a discutere di possibili attentati.

E per tali ragioni, tra le circa dieci perquisizioni ordinate nelle abitazioni di altrettanti tunisini e di un egiziano nel capoluogo pontino, è stata ordinata anche la perquisizione della casa di Manai, in via Londra. Ma di lui ormai in provincia non c’è più traccia. A novembre si è trasferito in Germania, nello stesso Paese dove ha compiuto nel 2016 un grave attentato Anis Amri, il giovane terrorista ucciso poi a Sesto San Giovanni in un conflitto a fuoco con la Polizia, che aveva soggiornato per un periodo ad Aprilia e da cui parte la stessa inchiesta “Mosaico”.
Questo per dire come sia ingenuo pensare di firmare patti con l’islam e dialogare con figure moderate.
