Profughi, Magistrati esigono certificato medico prima udienze: “Pericolo contagio”

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Questa è interessante: «I difensori, ove siano a conoscenza di malattie infettive del ricorrente (ad es. Tbc), sono tenuti a comunicare la circostanza al giudice prima dell’udienza e a richiedere al ricorrente la produzione di certificazione che attesti l’assenza di pericolo di contagio».

Tre righe, quasi nascoste al punto 7, l’ultimo. Ma è proprio su questo punto, e non solo, del «Protocollo sezione immigrazione», firmato il 6 marzo scorso dalla presidente del tribunale di Venezia Manuela Farini e da quello dell’Ordine degli avvocati Paolo Maria Chersevani, che da qualche giorno si è aperta una vera e propria bufera politico-giudiziaria: a schierarsi contro queste misure ritenute «discriminatorie» sono stati la corrente delle toghe rosse, la fantasiosa Magistratura democratica, i Giuristi democratici, e la famigerata Asgi, l’associazione degli avvocati che si occupano di immigrazione con i soldi di Soros.

Perché se non ti lasci contagiare, sei ‘rassista’.

La questione sanitaria era già stata sollevata un anno fa dal sindacato Confsal-Unsa, che aveva espresso il timore del personale «visto lo stato di cura personale degli extracomunitari visibilmente precario».

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«L’obbligo per l’avvocato di rivelare dati ultra sensibili relativi al suo cliente lede il diritto alla riservatezza e la dignità della parte – ha scritto il presidente di Magistratura democratica, il rosso Riccardo De Vito – Nessuno penserebbe mai di chiedere simile certificazione medica alle parti di qualsiasi altro procedimento giudiziario, dimenticando che sono soggetti a stringenti controlli medici sia al loro arrivo che nei centri di accoglienza».

Soggetti a stringenti controlli medici, questa è buona. Il magistrato De Vito potrebbe darsi al cabaret.

Contestato anche il punto 6, che serve a snellire i ricorsi dei finti profughi: «L’audizione del ricorrente verrà condotta esclusivamente dal giudice, senza l’intervento del difensore». «Una grave lesione del diritto di difesa che non trova alcun precedente né giustificazione nel codice di procedura – lamentano gli avvocati veneti – e in contrasto con le direttive europee». «Spesso le ragioni non sono facilmente “documentabili” ed ancor più spesso non in lingua italiana», aggiungono i Giuristi democratici. Inoltre il protocollo prevede anche dei limiti ai compensi per i ricorsi (800 euro in caso di successo, 600 in caso di sconfitta), la creazione di un albo per far turnare i legali, mentre se l’avvocato arriverà con più di dieci minuti di ritardo, quel tempo sarà tolto all’udienza. «Una sanzione processuale discriminatoria che esiste solo in questi giudizi», continuano i legali veneti, che chiedono la convocazione urgente di una riunione per rivedere il protocollo «realmente condiviso»: «Diversamente non accetteremo alcuna disposizione impositiva che possa compromettere il libero svolgimento della nostra professione o danneggiare la posizione dei nostri assistiti», è la conclusione. Chersevani, però, taglia corto: «Risponderemo a tempo debito, non facciamo polemiche sterili e strumentali – replica – Il protocollo sarà pubblicato martedì sul sito, mi chiedo come stia già circolando».

La verità è che quello dei ricorsi dei fancazzisti è un lucroso business che riguarda un numero limitato di avvocati, quelli vicini alle coop. E non vogliono perderlo. Anche perché pagano i contribuenti.




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