Indagini su appalti accoglienza finti profughi: affari tra PD e Coop

Condividi!

Segnalazioni, esposti a valanga dei politici d’opposizione ferraresi, i rilievi tecnici e istituzionali del presidente Raffaele Cantone dell’Autority Anticorruzione che bocciò la procedura di assegnazione di alcune gare e poi atti, delibere e quant’altro acquisiti negli uffici del Comune di Ferrara sugli appalti assegnati alla Coop di servizi Camelot in materia di accoglienza ai profughi e a immigrati in fuga dalle loro terre martoriate: c’è tutto questo nel fascicolo dell’inchiesta aperta da oltre un anno dalla procura di Ferrara, e che aveva mosso i primi passi sviluppandosi poi con la raccolta di documenti, lo studio e la valutazione delle carte, soprattutto i carteggi tra Cantone e il Comune di Ferrara.

 

Oggi, a quasi un anno di distanza, la prima fase conoscitiva è finita e l’inchiesta ha subito una brusca accelerazione, quasi obbligata, secondo la procedura. Gli inquirenti – pm Stefano Longhi, carabinieri e guardia di finanza – ora indagano seguendo una ipotesi di reato ben precisa: abuso d’ufficio ai fini patrimoniali. L’inchiesta ha la classica rubricazione dei reati per fascicoli contro ignoti, per cui viene circoscritta una ipotesi di reato in attesa di definire chi possa averlo compiuto: dunque – a scanso di equivoci- non vi sono ancora indagati, ma potrebbero comparire presto. Perchè se è vero che Camelot viene indicata nei copiosi esposti o atti come la coop «pigliatutto», a Ferrara, nel settore degli appalti per l’accoglienza ai profughi, è vero anche che chi assegna questi appalti – dal punto di vista penale – potrebbe esser chiamato a rispondere di abuso d’ufficio: è la posizione – per spiegare – di un pubblico funzionario che possa aver abusato del proprio ruolo per avvantaggiare altri, ai fini patrimoniali, assegnando appalti.

L’indagine dunque non si concentra solo su Camelot ma anche sul Comune di Ferrara o chi ha, strada facendo, e parliamo degli ultimi 5 anni, assegnato appalti o servizi alla coop Camelot. La cautela negli ambienti investigativi è massima, visti gli scenari che fanno da sfondo alla materia e visto l’accapigliarsi di partiti e partitini e loro esponenti locali, in modo non del tutto disinteressato, ai quali, indirettamente aveva risposto nel settembre scorso, in modo netto, il procuratore capo Bruno Cherchi: «la politica resta fuori dalle nostre attività di indagine». Era così allora, è così ancora oggi. In un momento delicato in cui l’inchiesta è destinata ad una ulteriore evoluzione tecnica – sempre rispettando le fasi della procedura penale -, quando verranno indicati i nomi di chi ha deliberato gli appalti – tecnici o assessori – e che potrebbero esser chiamati dagli inquirenti a spiegare le loro ragioni sulle assegnazioni a Camelot. Si tratta ovviamente di ipotesi di reato e ipotesi procedurali, e al momento non è possibile azzardare altro. Gli inquirenti, ricordiamo, sono al lavoro da tempo, ancor prima che gli uffici di via Mentessi, sede della procura cittadina, venissero inondati di esposti, primi tra tutti quelli del consigliere comunale di Gol, Francesco Rendine. Del resto lo chiarì lo stesso procuratore capo Bruno Cherchi, parlando e spiegando alla stampa che l’indagine sugli appalti a Camelot (allora come atti relativi, e dunque solo conoscitiva) era stata aperta di «iniziativa», in modo autonomo e non perchè qualcuno (i politici di casa nostra) li aveva tirati per la giacchetta. Mettendo le mani avanti, il procuratore spiegò che il lavoro investigativo non sarebbe stato veloce: oggi dopo un anno, la svolta.