La “furbata” della Cassazione: imporre i matrimoni gay con un escamotage

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Nella corsa sfrenata verso il collasso morale della società, la Cassazione – quella del “se la donna ha i jeans non è stupro” – ha voluto dire ancora la sua. Con un bizzarro rinvio degli atti alla Consulta che tenta di imporre il matrimonio omosessuale in modo subdolo.

La Cassazione infatti, ha espresso  dubbi di legittimità sul “divorzio imposto” a chi cambia sesso, e ha disposto il rinvio alla Consulta.  E si è lanciata in una ridicola esegesi della volontà popolare: “Tale univoca previsione ignora il rilievo primario di formazioni sociali in un contesto costituzionale in cui è largamente condivisa – ma da chi? – l’esigenza di riconoscere le unioni di fatto”. E’ talmente “condivisa”, questa sedicente esigenza, da essere completamente disertata nei comuni dove è, almeno ufficiosamente, prevista.

Insomma. Secondo gli svitati della Cassazione, se un uomo diventa donna o una donna diventa uomo, non si dovrebbe annullare il matrimonio. Perché questo “mina alla radice il principio di autodeterminazione del soggetto che intende procedere alla rettificazione del sesso, conseguendo a tale opzione la eliminazione per il futuro del diritto alla vita familiare, realizzato mediante la scelta del vincolo matrimoniale”.  Una surrettizia e subdola manovra per inserire nella legislazione italiana i matrimoni omosessuali.

Infatti a quel punto la donna diventata uomo che rimane sposata con un uomo, sarebbe de facto e de jure un matrimonio gay.

E a quel punto,  come si potrebbe negare a due uomine o a due donni di fare lo stesso e sposarsi e adottare bambini? Direbbero che è una “discriminazione”.  E’ il metodo a “piccoli passi” con il quale il potere giudiziario impone a forza le proprie metastasi mentali nella legislazione italiana.




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