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Stuprata e massacrata da nordafricano un’altra universitaria straniera a Roma

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Violenze sessuali nei confronti delle universitarie a Trastevere. Il dramma lo racconta di nuovo una studentessa della John Cabot, dopo il caso di due giorni per l’abuso nei confronti di due studentesse dell’università privata statunitense.

La quarta vittima accertata da gennaio, iscritta all’ateneo con sede in via della Lungara, è Maria (nome inventato). È arrivata da pochi mesi in Italia per l’esperienza di studio più importante della sua vita. Vent’anni, del Nordafrica, Maria il primo giugno scorso davanti ai carabinieri della compagnia di Trastevere ha raccontato la sua notte da incubo dentro la sua casa: “Mi ha tirata per i capelli perché non volevo fare quello che mi chiedeva lui e poi mi ha stuprata”.

Parole difficili da pronunciare e con i singhiozzi che si sono susseguiti uno dopo l’altro durante la deposizione. “Io piangevo, lui continuava. Io mi rifiutavo e lui mi picchiava”, è la ricostruzione di Maria sul verbale di denuncia. Tutto è successo nella casa che la ventenne condivide con la sua amica e coinquilina, un appartamento a Monteverde. Ma l’inizio di questo stupro è in un bar di Trastevere, pochi passi dalla John Cabot. È dopo la denuncia di Maria e il riconoscimento fotografico che un cameriere di 22 anni è stato arrestato.

Prima è finito in carcere, da qualche giorno è ai domiciliari col braccialetto elettronico. Il giudizio immediato è stato chiesto e ottenuto dalla sostituta procuratrice Alessia Natale e fissato per il 14 febbraio, la data che festeggia l’amore. Ma di amore in questa storia non ce n’è nemmeno un briciolo.

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Maria e il suo stupratore si sono conosciuti la sera del 27 maggio nel bar di viale Trastevere. Lui è simpatico, lei dopo avere bevuto un bicchiere in compagnia della sua coinquilina lo invita a casa. Lui si presenta come Alessio, di origini kossovare.

“Ero consenziente – spiega lei agli investigatori – quel ragazzo mi piaceva”. Peccato che dal consenso si è arrivati agli abusi più impronunciabili. “Lui continuava a picchiarmi perché lo avevo allontanato, era troppo violento”, è la versione che per gli inquirenti è genuina. Così come le lesioni alla colonna vertebrale riscontrate dai medici del Fatebenfratelli dell’isola Tiberina.

Lui, dopo la denuncia, ha tentato di sviare gli investigatori. È andato in Romania dopo l’apertura dell’indagine, ha cercato di portare gli investigatori sulla strada del fratello gemello. Ma Maria ha consegnato alla magistrata gli screen shot dei messaggi Whatsapp e la foto dove si vede quel piccolo particolare tra i fratelli omozigoti: la dentatura. Quell’uomo, infine, non ha mai chiesto scusa a Maria offrendo 10mila euro per le spese processuali. “L’indagato ha parlato di spropositata foga – scrive l’avvocata Licia D’Amico nell’opposizione alla richiesta di arresti domiciliari avanzata per il cameriere – ma qui stiamo parlando di stupro e di lesioni”. La studentessa, dopo lo stupro, ha bussato alla porta della sua amica. “Lo conoscevo anche io – ha ricostruito l’altra studentessa ai carabinieri – e avevo notato che faceva avances a diverse ragazze”.

Adesso Maria è ritornata a frequentare l’università, dopo un primo periodo di pausa. Segue un percorso psicologico assistita dalla onlus “bon’t worry” e spesso ripete: “Non mi sono mai sentita da sola, faccio di tutto per andare avanti e superare la violenza. Voglio solo giustizia per il male che mi è stato fatto”.

Leggere un articolo di Repubblica è un viaggio nell’imbecillità: magistrata, avvocata e oscenità varie.




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