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Arrivati coi barconi occupano la città: scontri armati per lo spaccio – VIDEO

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Un’associazione a delinquere finalizzata a spaccio, sfruttamento della prostituzione e riciclaggio. È la mafia nigeriana a Taranto, decapitata al termine di un’articolata indagine, coordinata dalla Procura cittadina e dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce e che ha coinvolto anche i servizi servizi di intelligence nazionali, l’Aisi. Sono 23 le persone che risultano indagate a vario titolo per quei reati, mentre per 10 la polizia ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, in 9 casi in carcere, in uno ai domiciliari. Sei dei destinatari sono stati arrestati, altri quattro sono ricercati.

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I destinatari dei provvedimenti di custodia sarebbero membri dei cosiddetti gruppi “cultisti” nigeriani a matrice religiosa, clan potenti e violenti, nati e sviluppatisi nel Paese centrafricano, che hanno esteso le loro ramificazioni criminali anche nei Paesi di emigrazione. Le indagini, avviate nel 2019, hanno consentito di delineare l’esistenza di un’organizzazione criminale ben strutturata, stabile e radicata, dai connotati piramidali e camaleontici, con al vertice tre dei destinatari delle misure. Per gli investigatori si può ritenere che i traffici e le attività illecite fossero gestite a Taranto da “confraternite”, i cui componenti si sono a volte affrontati in scontri estremamente violenti per affermare la loro egemonia sul territorio e all’interno della stessa organizzazione.

Tra questi episodi, il più cruento avvenne, nell’agosto del 2020, nel centro cittadino tra i componenti dei clan già noti alle cronache italiane “Eyie” e “Black Axe”. In quella circostanza furono anche provocati ingenti danni a una pizzeria del centro cittadino. Le basi logistiche delle attività illecite sarebbero tre attività commerciali nel Borgo nuovo, quali punti d’incontro della comunità nigeriana e fulcro della gestione dello spaccio. Proprio riguardo all’attività di spaccio, sembra che l’organizzazione criminale prediligesse le cessioni di stupefacente verso i connazionali di origine nigeriana, considerati più sicuri ed affidabili, anche con modalità di acquisto che li agevolavano come la “cessione con la formula del credito”.

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