Lamorgese impedisce i rimpatri: solo 1 su 100 torna a casa, gli altri restano a stuprare in Italia

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Draghi non rimpatria neanche gli immigrati che se ne vogliono andare

Il rimpatrio volontario assistito dei migranti è uno degli strumenti della politica migratoria dell’Ue. Il concetto è quello di assicurare a chi decide di tornare nel proprio Paese d’origine un “ritorno sicuro in condizioni rispettose della dignità umana, ma anche un sostegno, in beni e servizi, finalizzato all’avvio di un percorso di reintegrazione sociale ed economica”. Motivi, questi per il quale questa opzione dovrebbe avere sempre la priorità rispetto al rientro forzato in patria dopo l’espulsione dal territorio nazionale. Ma quanti sono stati i rimpatri volontari dal 2018 ad oggi in Italia? Pochissimi.

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A quantificarli è una relazione della Corte dei Conti pubblicata ad inizio giugno, che fotografa proprio i numeri del ricorso a questo strumento da parte del ministero dell’Interno italiano. Il giudizio è impietoso: “I risultati conseguiti dall’attuazione di tale misura sono stati piuttosto limitati e decisamente inferiori ai valori-obiettivo indicati dal Programma nazionale del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione 2014 – 2020 che ha promosso la maggior parte dei progetti”. Un esito “condizionato” anche dalle misure per il contenimento della pandemia, si legge ancora nel dossier. Ma se si confrontano i rimpatri effettuati negli stessi periodi dagli altri Paesi europei il divario è lampante e lascia poco spazio alle giustificazioni.

In Germania, ad esempio, stando ai dati contenuti nel report, nel 2019 sono state concluse 13.053 procedure di rimpatrio volontario. In Francia nello stesso anno sono stati 8.781 i migranti riportati a casa di loro sponte. E in Italia? Appena 384. Neanche aggiungendo il numero dei rimpatri forzati (6.549 nel 2019, a cavallo tra l’era Salvini e quella Lamorgese) si può competere con i colleghi europei. Ma non è finita. Se si guarda ai numeri di casa nostra si nota anche come a fronte di una quota sempre maggiore di arrivi (sono 26.922 gli stranieri sbarcati in Italia dall’inizio dell’anno, a fronte di 6.715 ingressi del 2020) i rimpatri sono stati sempre meno.

Nel 2018, con il leader della Lega al Viminale ad essere rimpatriati in modo volontario sono stati 1.185 migranti, assieme ai 6.425 accompagnati in modo coatto nel Paese d’origine. Con l’avvento del ministro Luciana Lamorgese questo numero si è abbassato a 346 nel 2021, mentre i rientri forzati sono scesi a 3.420. La curva degli arrivi, invece, segue un trend decisamente opposto, con il numero degli ingressi che è passato da 23mila nel 2018 a 67mila nel 2021. Insomma, dal 2018 al 2021 c’è stato soltanto un rimpatrio volontario ogni cento migranti sbarcati, l’1,60 per cento.

La Corte dei Conti prova ad individuare le ragioni del flop italiano analizzando i virtuosismi praticati Oltralpe. In Francia e Germania ci sono procedure semplificate, un utilizzo più efficace delle risorse (“impiegate soprattutto per potenziare le possibilità di reinserimento dei migranti nei Paesi d’origine”), la presenza di un “unico ente attuatore”, l’efficacia della comunicazione sulla possibilità di accedere al rimpatrio volontario, fornita al momento del rigetto della domanda d’asilo. Per quanto riguarda l’Italia, invece, la Corte dei Conti ha rilevato, tra le altre cose, “la mancanza di collegamenti tra le procedure di asilo e quelle di rimpatrio”, “l’assenza di un sistema di gestione dei rimpatri valido ed integrato”, “la difficoltà nel localizzare i migranti rimpatriabili e nel monitorare le partenze volontarie” e “la difficile cooperazione con i paesi terzi di origine dei migranti”.

Il tutto a fronte di cospicui finanziamenti: 111 milioni di euro arrivati dal Fondo europeo per i rimpatri dal 2007 al 2015 e 399milioni messi a disposizione successivamente dal Fondo europeo asilo, migrazione e integrazione (FAMI). L’analisi della Corte dei Conti, che arriva nelle stesse settimane in cui si registrano un’impennata degli approdi sulle nostre coste e l’assalto ai confini europei nella enclave spagnola di Melilla, ovviamente fa discutere.

A protestare è la Lega che se la prende con l’attuale ministro dell’Interno: “Pochissimi rimpatri, nonostante la presenza di fondi ad hoc, e porti aperti: questa la politica dell’accoglienza indiscriminata voluta dal Pd, che ha portato a sbarchi record nel 2022, i numeri più alti degli ultimi anni e oltre 700 morti in mare. Vite risparmiate quando la Lega era titolare del Viminale, ma a quanto pare i naufragi non fanno più scandalo, soprattutto se a causarli sono scelte che vanno ad aiutare un business di cui traggono profitto anche i trafficanti di esseri umani”, osserva l’eurodeputata Annalisa Tardino. “Con l’estate ormai arrivata e il boom di sbarchi di clandestini, rivolgiamo un nuovo appello all’Ue e al ministro Lamorgese: dopo gli sconvolgenti fatti di Melilla, dove sono morti anche agenti di polizia, è necessario un intervento immediato”, incalza.

“In Europa – conclude la leghista – non c’è posto per tutti, l’accoglienza va riservata solo a chi ne ha davvero diritto e chi scappa dalla guerra. Non possiamo assistere a ulteriori invasioni e mettere in pericolo i nostri cittadini”.

Comunque sia, uno Stato serio non chiede ai clandestini di andarsene, li carica su aeri militari e li riporta da dove sono partiti. Se non viene dato permesso di atterraggio, li lancia. Con o senza paracadute.