“C’erano onde alte oltre un metro sin sulla spiaggia e al largo il vento teso increspava i cavalloni. La temperatura era gelida. Assurdo imbarcarci, sembrava un suicidio. Alle due della mattina del 20 gennaio però quei criminali ci hanno costretti. Minacciavano di uccidere chiunque si fosse opposto“.

A parlare all’inviato del Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi è un clandestino nigeriano, tal Hamido Mussa, riportato indietro e ora ospite del centro di Shouk al Khamis, a Khoms, tra Tripoli e Misurata.
“Avrei preferito aspettare che il mare si calmasse e una temperatura meno rigida, ma non hanno concesso alcuna possibilità. Mi avrebbero sparato” ha detto.
Ora, di Mussa non ci interessa, lui è un nigeriano clandestino che in Libia ci è voluto andare, nessuno lo ha costretto. Ha pagato per farlo. E ha pagato per imbarcarsi. E’ la manovalanza della mafia nigeriana.
Però la sua testimonianza è interessante per un altro motivo: perché gli scafisti volevano costringerli a partire? Forse perché in quei giorni incrociava davanti alle coste libiche la SeaWatch in attesa del carico?
Strana coincidenza.
