Ricerca: ogni 100 immigrati che entrano, 40 italiani perdono il lavoro

Lo studio di Robert Rowthorn, economista dell’Università di Cambridge, abbatte la bizzarra teoria dell’immigrazione come ‘risorsa’.

In «The costs and benefits of large-scale immigration», analizza nel dettaglio l’ impatto dei flussi migratori sul mercato del lavoro.

Anche la propaganda pro-immigrazione ammette che un afflusso netto di immigrati, aumentando la quantità della forza lavoro, contribuisce alla riduzione dei salari. Del resto lo diceva anche Marx: esercito di riserva.
Però, dicono i pro-immigrazione, dopo un certo periodo di tempo, l’ aumento dei profitti spinge le imprese ad investire in nuova capacità produttiva, accrescendo la domanda di lavoro e riportando i salari al livello iniziale, con un aumento di ricchezza per tutto il Paese.

Questo approccio, però, è solo teoria, la realtà è completamente diversa. E lo studioso di Cambridge lo ha analizzato.

I salari, infatti, sono rigidi verso il basso: è molto difficile per un lavoratore accettare una riduzione dello stipendio, visto che a differenza di un immigrato è abituato ad un tenore di vita non da terzo mondo. Inoltre, aumentando la popolazione, aumentano anche i costi delle case e degli affitti.

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Quindi, per le imprese diventa più conveniente assumere immigrati che residenti, dal momento che i primi sono disposti ad accettare compensi più bassi. Si determina così un effetto di sostituzione tra autoctoni e migranti. Effetto che riguarda soprattutto i lavoratori meno qualificati, che vengono espulsi dal mercato del lavoro nella classica guerra tra poveri.

La riduzione dei salari a livello complessivo non è significativa. Colpisce le classi meno abbienti che la ex sinistra ha venduto sull’altare dell’immigrazione.

L’analisi rileva che negli Stati europei le tensioni si scaricano principalmente sul tasso di occupazione delle popolazioni residenti, che si riduce a vantaggio degli immigrati.

Ad esempio, scrive il ricercatore, nel primo trimestre del 2008 e il primo del 2010, in piena recessione, 700mila cittadini inglesi hanno perso il lavoro, mentre il numero di lavoratori stranieri è rimasto invariato.

Rowthorn cita uno studio che evidenzia come un incremento di un punto percentuale del rapporto tra numero di immigrati e popolazione locale determini un aumento del tasso di disoccupazione compreso tra lo 0,23 e lo 0,6%. Significa che ogni 100 immigrati che entrano in Italia, oltre 40 italiani perdono il lavoro.

Mentre il Migration Advisory Committee stima che tra il 1995 e il 2010 nel Regno Unito, a ogni aumento di 100 immigrati provenienti da Paesi al di fuori dell’ Unione europea in età da lavoro, sia corrisposta una riduzione di 23 cittadini inglesi occupati. Fenomeno confermato anche dall’Ocse, secondo cui un incremento dell’occupazione di stranieri farebbe crescere la disoccupazione dei residenti per un periodo compreso tra i 5 e i 10 anni.

Insomma, se i costi nel breve periodo, in termini di riduzione dei salari e di aumento del tasso di disoccupazione, sono certi, i benefici nel lungo periodo dipendono da una crescita economica irreale che, in teoria, dovrebbe far crescere l’ occupazione. Ma è un cane che si morde la coda, perché sempre secondo la teoria, per questo sarebbe necessario un afflusso costante e massiccio di immigrati, fatto che di per sé impedisce però il riequilibrio del mercato del lavoro. Quindi, i nuovi posti di lavoro creati dall’immigrazione saranno sempre troppo pochi rispetto al numero di disoccupati creati dall’immigrazione.

Questo spiega anche la caduta della natalità italiana ed europea: diminuendo le opportunità di lavoro, le classi meno agiate ritardano matrimoni e nascite. L’immigrazione ci sta soffocando.

Insomma: l’immigrazione genera disoccupazione nella società ospitante. Ma siccome arricchisce l’élite corrotta, quella che controlla i media, allora scriverlo è ‘fake news’. Invece, loro sono fake news.



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