I 130 nuovi italiani andati a combattere per ISIS stanno tornando

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Sono 130 i nomi di reduci del Califfato con cittadinanza italiana, che hanno parenti o la residenza in Italia, profilati dal ministero degli Interni e dall’intelligence in quasi tre anni.

Dei cosiddetti foreign fighters – figli di immigrati – la maggior parte è già nota perché sotto indagine dalle magistratura, ma una ventina sono soggetti nuovi, sui quali si sono concentrati solo di recente gli inquirenti.

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Il profilo tipico del miliziano dell’Isis “italiano” è maschio, sui 35 anni, proveniente dal Nord Italia e senza precedenti. Il grosso dei combattenti del Califfato sono stati reclutati negli hub delle regioni settentrionali, dove le reti dell’Isis sono state più attive. Lecco, Como, Erba, Bologna e Veneto. Le zone a più alta densità islamica.

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Tra gli attenzionati ci sono anche donne e minori. Come Valbona Berisha, casalinga albanese di 34 anni di Barzago, partita per la Siria a fine 2014 con il figlio Alvin di 6 anni. Ancora, Ismail David Mesinovic, 6 anni, scomparso dopo che il padre Ismar se l’è portato in Siria, all’insaputa della madre. E poi A., 10 anni, figlio di un impiegato marocchino, Ahmed Taskour, partito da Bresso nel 2014 alla volta dell’Iraq, immolato alla propaganda islamista. A. è stato infatti utilizzato in un video dell’Isis, nel quale si vede il bambino inneggiare alJihad e al Califfato.

Di molti di questi non si hanno più notizie da mesi. Ora rimane da capire come si comporterà il governo italiano nei confronti dei miliziani che, una volta terminata la guerra, torneranno in Italia. Probabilmente li metteranno in hotel.

E non abbiamo lo ius soli. Altrimenti saremmo nella situazione francese e britannica, con migliaia di miliziani con cittadinanza di ritorno. Urge ripristinare lo ius sanguinis integrale, prima che sia troppo tardi.