Monza, il centro profughi chiude per mancanza di immigrati

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Chiuso per mancanza di immigrati. Già dal 31 dicembre scorso il centro di prima accoglienza di via Spallanzani a Monza era disabitato. Ora, il Consorzio Comunità Brianza, che per quattro anni ha gestito l’hub, ha restituito le chiavi al Comune. Non ci sono più clienti!

E’ l’effetto dei porti chiusi.

«Con la riduzione degli sbarchi – si lamenta il presidente Mario Riva – una struttura del genere non serve più. Abbiamo cercato di capire se l’immobile può essere utilizzato per ospitare mamme con bambini o minori ma i lavori di ristrutturazione sarebbero troppo costosi».

«La convenzione – precisa Riva – non è stata ancora firmata. Abbiamo pagato il canone, le bollette e gli arretrati: non siamo, però, in grado di sostenere i costi per trasformare lo Spallanzani» in una residenza per donne o bambini.

Provate con gli italiani senzatetto o gli anziani.

Il taglio alle risorse imposto dal decreto sicurezza firmato da Matteo Salvini ha convinto i responsabili delle associazioni a farsi da parte anche nel resto del business: «Con i fondi a disposizione – commenta Riva – non riusciremmo a impostare una buona accoglienza e a proseguire i progetti avviati».

Certo, non per gli utili. Ma perché “non potrebbero impostare una buona accoglienza”…

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L’ospitalità diffusa, infatti, è giustamente la più penalizzata dal Governo che ha destinato agli operatori 18 euro al giorno per fancazzisti con cui pagare gli affitti, fornire i pasti, i vestiti e le cure sanitarie.

Di fronte alla certezza di dover rinunciare agli utili, Bonvena ha partecipato solo a due dei tre bandi pubblicati dalla Prefettura: quelli per le comunità fino a 50 letti e per quelle fino a 300.

«Ci siamo proposti – precisa Riva – per continuare a lavorare nelle strutture di via XX Settembre a Monza, di Concorezzo, di Lissone, di Camparada e di Limbiate per un totale di 340 posti».

Ora, quindi, si apre un’incognita per gli oltre 500 stranieri che abitano nei 133 alloggi: «La Prefettura – afferma il presidente – valuterà cosa fare» e, vista l’aria che tira a Roma, potrebbe decidere di spostare i migranti in grandi centri fuori provincia.

Ancora meglio: in Africa.

Oppure c’è un’interessante proposta: invece di delocalizzare le imprese, delocalizziamo l’accoglienza.

Perché non affidare l’accoglienza dei richiedenti asilo ad un Paese africano povero, dove costerebbe 1/100 e darebbe lavoro a povera gente? Tanto poi il 90% dei richiedenti risulta non avente diritto, così è già a casa.

La scelta della rete Bonvena potrebbe avere delle serie ripercussioni sul futuro di educatori, custodi e operatori: «Stiamo ragionando – conclude Riva – sulla possibilità di inserire alcuni di loro in progetti non legati all’accoglienza».