Alluvione Toscana, Protezione Civile è cinese e aiuta solo i cinesi

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Quindi abbiamo una milizia etnica finanziata da uno stato estero – dal partito comunista cinese – che ha sede nel nostro territorio e agisce nel nostro territorio. Invece di preoccuparsi di Taiwan, che è cinese, Meloni farebbe bene a preoccuparsi di Prato, che sta diventando cinese per immigrazione.

Sono arrivati e nei decenni hanno distrutto il tessuto produttivo locale importando decine e decine di imprese che assumono clandestini (schiavi), prima cinesi e ora quelli che sbarcano riforniti dai centri di accoglienza locali. Imprese che non pagano tasse e devastano l’economia italiana. Il problema cinese è questo, non quello che fanno in Cina.

Fantasy Belt, Tessi Mao, Pronto Moda Milly, Rifinizione Rapida, il bar Hao Ke Lai, Xin He Alimentari. Frazione di Seano (provincia di Prato), una rotonda e un groviglio di strade tra la statale e l’argine del torrente Ombrone che nella notte tra giovedì e venerdì ha esondato. Un metro d’acqua dentro i capannoni del cosiddetto distretto parallelo, quello cinese, ora in ginocchio.

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Mucchi di stracci, cinture ammassate, scatoloni fradici pieni di magliette e pantaloni da pochi soldi che da qui partono per andare a finire nei mercati e nelle botteghe low cost di mezza Europa, pile di sacchi neri. Si cerca di buttare fuori l’acqua, si recuperano le merci dalla melma e si ammassano, ormai diventate spazzatura. Nel piazzale davanti alla Confezioni FA c’è ancora il gommone rosso dell’associazione cinese di protezione civile Ramunion l’unica che già giovedì sera è arrivata qui a portare soccorso, coordinandosi con i Vigili del fuoco. Lo hanno lasciato, non si sa mai, dovesse servire ancora. Dice di chiamarsi Pietro il giovane sulla porta, «con mio padre, mia madre, e mia zia cerchiamo di pulire».

Qui mettono i bottoni e stirano i capi che arrivano dalle fabbriche cinesi del distretto grigio. Una montagna di scatoloni di cartone fradici, tre macchine per attaccare i bottoni ancora imballate: «Sono da buttare» dice Pietro, «e anche le tre macchine per stirare. Le devo ricomprare, subito. Devo ricominciare a lavorare, subito».

Qui dove le fabbriche non dormono mai è tutto fermo, tutto spento, i macchinari fradici e zitti, c’è addirittura silenzio. Siete arrabbiati? «Sì, un pochino sì. Siamo stati trenta ore senza acqua e senza luce». Ricomincia a piovere. «Al piano di sopra, dove viviamo, ci sono due bambini. Sono i miei figli». Trenta ore senza acqua e senza luce non sono accettabili per un cinese, non sono nemmeno pensabili. «Perché in Cina il governo vede e provvede».

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Sono fra 8 e 9 mila in questo momento le famiglie cinesi in difficoltà fra Campi, Prato, Montemurlo. La stima è di Francesco Rotunno vicepresidente di Ramunion, colosso cinese di protezione civile, finanziato e controllato dal governo di Pechino, che a Prato ha la sua sede italiana e europea. Luca Zhou è il presidente. «Il problema principale è la lingua, perché i cinesi non parlano italiano — dice Rotunno — Anche se chiamano il 112, chi risponde non sa il cinese, non si intendono. Servirebbero dei mediatori linguistici nelle centrali operative, almeno nei momenti di emergenza. E poi, i cinesi non chiedono aiuto. Non è nella loro mentalità. Si vergognano a chiedere perché in Cina non ce n’è bisogno, il governo interviene subito. Qui si sono sentiti abbandonati».

Così il loro unico punto di riferimento è Ramunion. Gli Sos della comunità cinese non arrivano alle autorità italiane, girano su WeChat e arrivano alla protezione civile cinese.

Sul telefonino di Zhou centinaia di messaggi fin dalla serata di giovedì e da allora si è lavorato senza sosta per portare aiuto, «cibo acqua mettere in salvo le persone, portarle a casa con i nostri gommoni». Nella sede di Ramunion, ci sono due gommoni attrezzati per il soccorso, montagne di giubbotti di salvataggio, un ecoscandaglio che riesce a rilevare persone fin sotto 30 metri di macerie, un ponte radio per le emergenze.

E c’è una linea di comunicazione diretta con la Cina: Prato riceve ordini dalla casa madre, Hangzou; Prato chiede le attrezzature che servono e la casa madre invia. Mentre la protezione civile cinese prestava soccorso, un elicottero volteggiava sulla testa dei volontari. Ma in via Galilei, via Meucci, via Copernico, via Marconi invase dall’acqua del torrente Ombrone fino a le autorità italiane non si erano viste. Quando sono arrivate, dopo 30 ore, la protezione civile cinese andava a riposare.

Sabato c’era un’idrovora dei vigili del fuoco, a tirar via ancora acqua dagli scantinati di una delle palazzine che si affacciano sul dedalo di capannoni. Asciugata l’acqua, resteranno i guai: i cinesi non hanno contezza della legge italiana, delle procedure da seguire, della burocrazia. E devono riprendere a lavorare subito per pagare i fornitori e gli affitti, spesso esosi, dei capannoni e dei magazzini che sono anche casa. Qui è tutto fast, la ruota deve sempre girare. Una settimana e i soldi liquidi saranno finiti. La manodopera nella gran parte dei casi è irregolare, a nero, clandestina, di certo non chiederà gli ammortizzatori sociali. Bisogna ripartire, ripartire subito. «Sono impauriti — dice Rotunno — Si sono resi conto della mancanza di sicurezza idraulica e dell’inefficienza».

Non c’è personaggio peggiore di chi viene pagato per raccontarci come sono efficienti da altre parti. La protezione civile in Cina arriva subito. Coi gommoni di cartone made in china.




Un pensiero su “Alluvione Toscana, Protezione Civile è cinese e aiuta solo i cinesi”

  1. Trenta ore senza acqua e senza luce non sono accettabili per un cinese, non sono nemmeno pensabili. «Perché in Cina il governo vede e provvede».

    Benissimo, tornare in cina, se non piace qualcosa, non portare la cina in Italia, o sarà la guerra.

I commenti sono chiusi.