Ancora sullo stupratore senegalese di 17 anni con cittadinanza italiana. I genitori lo avevano scaricato in un centro di accoglienza, mantenuto dagli italiani. Quelli veri. E lui lo usava come base per i suoi stupri.

Prima lo ha rifiutato il suo avvocato, poi anche i genitori gli hanno voltato le spalle. Troppo turpe il reato di cui si è macchiato ad appena 17 anni, impossibile provare pietà o compassione per un ragazzo che stupra in casa sua una ragazza poco più grande di lui, incurante di grida e lacrime, e poi, come se niente fosse, le domanda se le è piaciuto e come vanno gli esami universitari. Troppo anche per chi lo aveva difeso in passato da accuse meno pesanti e si è rifiutato di farlo ora e persino per chi lo ha messo al mondo e agli agenti venuti a perquisire casa confessa sottovoce che «non voglio più avere a che fare con lui».
Lo stupratore è un “minore #migrante non accompagnato” di “17 anni” senegalese, con dei precedenti per furto, ospitato in centro di accoglienza. pic.twitter.com/4g3PWCUdIt
— Francesca Totolo (@fratotolo2) November 13, 2022
Seimila persone sono state controllate dalla polizia dal 30 ottobre all’altra sera, quando l’equipaggio di una volante che stava percorrendo corso Castelfidardo ha notato un ragazzino che raccoglieva “cicche” da terra. Era giovane, i tratti somatici africani, alto 1 metro e 72, i jeans strappati. Gli agenti hanno dato un’occhiata alla foto del maniaco del campus di via Borsellino – a poche decine di metri da corso Castelfidardo – che avevano in auto da giorni, estrapolata dal video di una telecamera di sorveglianza, e a lui. Coincideva tutto, e hanno agito. L’hanno fermato, gli hanno chiesto perché era lì e lui ha risposto che stava andando a trovare un amico. Lo ha detto in un italiano perfetto, un altro elemento che concordava con la descrizione fatta dalla vittima dello stupro. E così l’hanno portato in questura. L’intuizione degli uomini guidati da Alessandro Carini si è rivelata giusta: il ragazzo non ha confessato ma non ce n’è stato bisogno, per lui ha parlato il suo Dna. Quello dello stupratore, grazie alla freddezza e alla prontezza di spirito della vittima, era nelle mani degli investigatori della squadra mobile praticamente da subito. Agli uomini della scientifica è bastato un confronto con quello del 17enne e il verdetto è arrivato a tempi record, per rientrare nei limiti del fermo cautelare: quello seduto in una stanza della questura era proprio lo stupratore del campus. «Non avrei dovuto tornare in quella zona» si è limitato a bofonchiare il giovane mentre gli agenti lo portavano via, pentito non per l’odiosa violenza di cui si era reso responsabile ma per l’ingenuità che gli è costata l’arresto.
Le indagini ora non si fermano. A casa del ragazzo, nell’astigiano, gli agenti hanno già trovato altri elementi a suo carico, tra cui la catenina che la ragazza che stava stuprando gli aveva strappato dal collo, in un disperato tentativo di difesa. Ma gli investigatori vogliono ancora capire perché quella sera è entrato proprio in quel campus, se si è mosso casualmente o, come più probabile, se conosceva l’edificio. In questi giorni gli agenti della mobile mostreranno la sua foto agli studenti, per capire se qualcuno lo aveva già visto lì. E poi cercheranno di capire anche cosa ha fatto nelle ore e nei giorni successivi, se davvero conosceva qualcuno in zona e se ha ricevuto aiuti nella sua fuga. E dal capo della squadra mobile, Luigi Mitola, arriva anche un appello: «Al momento non abbiamo motivo di pensare che il fermato abbia compiuto ulteriori aggressioni. Ma se ci sono altre vittime, che si facciano avanti. Solo denunciando possono avere giustizia».
Il 17enne ha alle spalle una storia difficile: genitori senegalesi con cittadinanza italiana, era stato più volte denunciato per piccoli reati commessi fuori dalla provincia di Torino. In passato era stato affidato a comunità e anche a parenti residenti fuori dal Piemonte ma si è rivelato tutto inutile. Nessuno però, neanche i genitori, poteva pensare che potesse rendersi responsabile di un reato così grave. E infatti gli investigatori della squadra mobile parlano di una indagine non facile proprio per «la natura episodica» di quanto accaduto. Il giovane non è stato ancora interrogato e verrà ascoltato nelle prossime ore dalla procuratrice dei minori Emma Avezzù, che ha “ereditato” il caso dal pm Enzo Bucarelli. La vittima, tutelata dall’avvocata Silvia Lorenzino, è descritta dalla stessa Avezzù come «una ragazzina estremamente esile ma precisa e determinata» che, quando ha appreso la notizia, è apparsa commossa, ma anche sorpresa e amareggiata di apprendere che il suo stupratore era un minorenne. Luigi Mitola ha poi sottolineato come non si «debba generare inutili allarmi» e «che non è il caso di trasformare l’area Borsellino in un far west, perché così non è».
