
Ezechiel racconta di essere in fuga da una setta che compie sacrifici umani. Ahmed, invece, sostiene che un importante uomo politico del suo Paese, la Nigeria, lo vuole morto: gli ha fatto dei lavori in casa, come operaio, e ha visto una bara in un buco sotto il pavimento. Per questo ora vogliono toglierlo di mezzo, per chiudergli definitivamente la bocca. E poi c’è Sunday, dice di aver ucciso “accidentalmente” il proprio datore di lavoro in un cantiere edile: è dovuto fuggire ai propositi di vendetta omicida del figlio della vittima e dei suoi vicini di casa.
Queste sono solo alcune delle deliranti scuse che i clandestini richiedenti asilo utilizzano per rimanere in Italia a spese dei contribuenti.
Come se, tra l’altro, per fuggire dal vicino di casa, l’unica scelta di un nigeriano fosse venire in Italia. Non starsene in un Paese di 200 milioni di abitanti.
E quando c’è un bizzarra richiesta a spese dei contribuenti – noi paghiamo i loro ricorsi – c’è sempre un avvocato. In questo l’avvocato trevigiano Enrico Villanova, che si lamenta: «è che questi ragazzi non riescono a dare una dimostrazione che non superi la storia-filone». Nel senso che queste vicende personali seguono una specie di format? «Sì, perché si fidano del passaparola, hanno paura di raccontare la loro storia vera e credono che una narrazione del genere possa essere più efficace». Ma così non è, quasi mai. «Ecco che raccontano storie che seguono filoni ben precisi, con piccole variazioni: mi sono innamorato di una musulmana, la sua famiglia l’ha fatta abortire, se torno mi ammazzano; oppure ho venduto il mio terreno e lì hanno costruito una chiesa, la comunità islamica ora mi vuole uccidere; o lavoravo su un ponteggio, è caduto un pezzo e ha ucciso un mio collega, per questo ora vogliono uccidere me».
In realtà ci sono ‘piccole variazioni’ perché sono storie inventate. Ma è già bizzarro che un nigeriano possa anche solo chiedere asilo in Italia. Come un pakistano, un bengalese e ogni altro fottuto clandestino.
Lo schema che si ripete
Lo schema è praticamente sempre questo: il clandestino, in arrivo da Nigeria, Gambia, Bangladesh o altrove, chiede la protezione internazionale perché si inventa di essere in pericolo di vita nel proprio Paese d’origine.
Invece di imbarcarlo sul primo aereo verso casa propria, viene concesso un demenziale permesso provvisorio, della durata di sei mesi, in attesa che la sua storia passi al vaglio della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, con sede centrale a Verona e distaccata anche a Treviso. Nel frattempo, con il permesso provvisorio può anche iniziare a lavorare.
Ci sono poche cose più definitive di quelle provvisorie, e anche in questo caso ci si va vicini: il permesso di sei mesi viene prorogato fino a quando la Commissione riesce a calendarizzare l’udienza. In media passano anche un anno e mezzo, due, spiega l’avvocato Villanova.
In questo periodo il clandestino diventa ‘regolare’ per il solo fatto di avere chiesto asilo. Voi lo mantenete in hotel e lui lavora a basso costo per qualche ‘imprenditore’: le coop incassano, voi pagate.
Quando arriva il giorno del giudizio, la Commissione (presieduta di norma da un viceprefetto e composta da funzionari amministrativi dell’Interno assunti mediante concorso e aventi specializzazione in materia di asilo e di diritto internazionale, oltre che da un esperto in materia di protezione internazionale e di tutela dei diritti umani designato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati come ad esempio don Librizzi della Caritas a Palermo) ritiene spesso la storia del migrante «non credibile», in base sia alla mancanza di prove, sia a un’analisi oggettiva del contesto di provenienza.
Per esempio, si legge in una delle tante sentenze di Cassazione che chiudono l’iter, dopo l’ultimo tentativo di ricorso, «tenuto conto della situazione politica attuale dell’area di provenienza, non sussistevano i presupposti per il riconoscimento né dello status di rifugiato e neppure della protezione sussidiaria e del permesso di soggiorno per motivi umanitari». O, nel caso di un cittadino gambiano, «il Gambia, successivamente alla elezione a seguito di consultazione popolare di un nuovo capo dello Stato, non sta vivendo una condizione di violenza indiscriminata in situazione di conflitto armato interno; quanto alla protezione umanitaria, il Tribunale ha ritenuto che, essendo la vicenda narrata dal ricorrente scarsamente credibile, e non potendosi evincere dalle foto da questi prodotte che le cicatrici sul suo petto fossero riconducibili a ustioni – come raccontato, ndr – non emergevano specifiche sue situazioni soggettive di vulnerabilità».
Ma l’avvocato vuole prepararli: «Spesso i ragazzi migranti sono anche poco preparati, dicono le cose senza grossa convinzione e cadono in contraddizione», dice ancora l’avvocato.
La fine
Alla fine, spiega Villanova, quando anche la strada del ricorso in Cassazione si dimostra un vicolo cieco, al migrante viene proposto «il rimpatrio assistito, con volo pagato e una piccola somma, circa duemila euro, per iniziare un’attività nel proprio Paese». Quanti accettano? «Credo lo zero virgola cinque per cento. Dicono: ho attraversato il mare e mille pericoli per venire qui, non torno indietro. E preferiscono rimanere da clandestini». La storia della fuga inventata, insomma, non è per farsi beffe del Paese che potrebbe ospitarli: è la mossa della disperazione. «Molti arrivano anche da Marocco, Algeria, Kosovo, scappano dalla miseria, ma non da pericoli reali che possano garantire loro la protezione internazionale. Come invece possono fare in questa fase storica, caso emblematico, gli afghani».
Avete letto bene: ai nigeriani che mentono e fanno due ricorsi, fino in Cassazione, tutto a spese vostre, vengono poi offerti anche 2mila euro per tornare a casa invece di imbarcarli su aerei militari.
