Silvia Romano convertita, il suo parroco: “Sono contento”

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“Ho grande rispetto per la scelta di Silvia Romano e non mi permetto di giudicarla. Trascorrere 18 mesi di prigionia è qualcosa che non possiamo neanche immaginare. Se, a mente fredda, quando si sarà placato il clamore di questi giorni, lei reputa che l’Islam sia la risposta corretta per la sua esistenza, io sono solo contento”.

Così tal don Enrico Parazzoli, il parroco di Santa Maria Bianca della Misericordia la parrocchia dove abita la famiglia di Silvia Romano . Che poi osserva che “però, deve fare i conti, nel suo intimo, con il suo essere donna, occidentale e persona adulta”. La conversione – è stato chiesto al parroco – potrebbe essere stata forzata? “Non lo so. Il concetto di conversione nella cultura islamica è molto diverso rispetto a quella cristiana. Nell’Islam, la conversione riguarda un orientamento a un sistema di norme, precetti e regolamenti che servono a vivere meglio”.

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Una cosa è rispettare il dramma di questa ragazzina, e quindi anche la presunta conversione arrivata in un modo non certo libero, che sia stata forzata fisicamente o dalla pressione psicologica della prigionia, altro è dirsi “contento”: ma che sacerdote sei? Se credi in Cristo, la sua anima è perduta, di cosa saresti contento?

La verità è che troppi sacerdoti di questa Chiesa non credono più. Sono solo agenti sociali di una enorme e bolsa Ong in cui il primo a non credere più è lo stesso boss.




11 pensieri su “Silvia Romano convertita, il suo parroco: “Sono contento””

  1. Concordo con l’autore dell’articolo. Molti preti stanno diventando servi di Allah, perché congratularsi per la conversione vuol dire non avi capito nulla. Questo discorso è un ulteriore prova, a meno che non li fermiamo prima, che l’islam sta usando gli antagonisti per piegare gli infedeli.
    Inoltre sta scritto nella bibbia, “o con me o contro di me, non si può essere servi di Dio e di satana”.

    1. Io invece concordo con Rahowa. Il fatto che il cristianesimo sia passato per il platonismo non sembra essere condizione sufficiente. Dovremmo rivalutare la religione degli antenati che per gli spiriti elevati aveva fatto enormi progressi col neoplatonismo nella definizione dell’Uno, mentre per il popolo rimaneva quanto ha ora, una congerie di superstizioni da credere e temere, santi cui appellarsi, luoghi mistici, naturali e non cui recarsi.

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