
E’ l’effetto dei porti chiusi.
«Con la riduzione degli sbarchi – si lamenta il presidente Mario Riva – una struttura del genere non serve più. Abbiamo cercato di capire se l’immobile può essere utilizzato per ospitare mamme con bambini o minori ma i lavori di ristrutturazione sarebbero troppo costosi».
«La convenzione – precisa Riva – non è stata ancora firmata. Abbiamo pagato il canone, le bollette e gli arretrati: non siamo, però, in grado di sostenere i costi per trasformare lo Spallanzani» in una residenza per donne o bambini.
Provate con gli italiani senzatetto o gli anziani.
Il taglio alle risorse imposto dal decreto sicurezza firmato da Matteo Salvini ha convinto i responsabili delle associazioni a farsi da parte anche nel resto del business: «Con i fondi a disposizione – commenta Riva – non riusciremmo a impostare una buona accoglienza e a proseguire i progetti avviati».
Certo, non per gli utili. Ma perché “non potrebbero impostare una buona accoglienza”…
L’ospitalità diffusa, infatti, è giustamente la più penalizzata dal Governo che ha destinato agli operatori 18 euro al giorno per fancazzisti con cui pagare gli affitti, fornire i pasti, i vestiti e le cure sanitarie.
Di fronte alla certezza di dover rinunciare agli utili, Bonvena ha partecipato solo a due dei tre bandi pubblicati dalla Prefettura: quelli per le comunità fino a 50 letti e per quelle fino a 300.
«Ci siamo proposti – precisa Riva – per continuare a lavorare nelle strutture di via XX Settembre a Monza, di Concorezzo, di Lissone, di Camparada e di Limbiate per un totale di 340 posti».
Ora, quindi, si apre un’incognita per gli oltre 500 stranieri che abitano nei 133 alloggi: «La Prefettura – afferma il presidente – valuterà cosa fare» e, vista l’aria che tira a Roma, potrebbe decidere di spostare i migranti in grandi centri fuori provincia.
Ancora meglio: in Africa.
Oppure c’è un’interessante proposta: invece di delocalizzare le imprese, delocalizziamo l’accoglienza.
Perché non affidare l’accoglienza dei richiedenti asilo ad un Paese africano povero, dove costerebbe 1/100 e darebbe lavoro a povera gente? Tanto poi il 90% dei richiedenti risulta non avente diritto, così è già a casa.
La scelta della rete Bonvena potrebbe avere delle serie ripercussioni sul futuro di educatori, custodi e operatori: «Stiamo ragionando – conclude Riva – sulla possibilità di inserire alcuni di loro in progetti non legati all’accoglienza».
