Come in tutta Italia, anche a Viterbo, dopo i nuovi bandi per l’accoglienza dei cosiddetti profughi, gli affaristi hanno iniziato a studiare le carte per capire se vale la pena continuare. E molti stanno chiudendo: il business non è più tale.

Ad esempio, il consorzio Gruppo Intercasa Gea ha già ufficializzato la sua decisione alla Prefettura: dal 28 aprile non farà più accoglienza. Altri, come l’Arci, stanno valutando il da farsi.
Drastica la riduzione degli importi previsti: si è scesi dagli attuali 35 euro a 18 euro pro capite al giorno per appartamenti singoli, 23 euro per i Cas fino a 50 ospiti; 21,90 euro per le strutture tra i 51 e i 300 migranti ospitati.
«Non ci saranno più i servizi finora garantiti. Non sono previste – spiegano da Intergea – le lezioni di italiano e nel bando non compare nemmeno il mediatore culturale, ma si suppone resti. Il compito dei centri di prima accoglienza sarà solo garantire cibo e pernotto». Per l’assistenza sanitaria è richiesto solo un medico deputato ai controlli ma, visto il budget, molti operatori si affideranno a quelli della Asl. Non sono neanche contemplati corsi o laboratori di alcun tipo.
«Stiamo leggendo l’avviso che – spiega Alessandra Capo – dipende dalle linee guida volute dal ministro Salvini. Per come è strutturato il bando, il nostro lavoro si ridurrebbe a mera gestione di albergo. Non è prevista la scuola di lingua né gli altri servizi che sinora andavano garantiti per favorire l’integrazione». Inoltre, la parte economica secondo l’Arci «è ridotta ai minimi termini e così la gestione in accoglienza diffusa è complessa, se non insostenibile».
Non rende più. L’obiettivo di questi tagli è proprio strozza il business. Renderlo insostenibile perché non più redditizio.
