
Salvini guarda lo spettacolo, finge di non essere preoccupato e anzi tenta di capitalizzare elettoralmente un eventuale processo. Che si trasformerebbe in uno show a piazze contrapposte.
I cinque stelle – i vigliacchi della brigata di governo – dicono di non poter fare altro che votare a favore dell’autorizzazione a procedere, come se non fossero essi stessi “complici” dell’assunzione di responsabilità sulle vicende della Diciotti la scorsa estate.
Ma non è affatto normale, invece, pensare di processare chi ha compiuto un’azione a tutela dei confini nazionali e nel pieno rispetto del programma che aveva proposto agli elettori. Ecco perché Salvini non ha “il diritto” a far concedere l’autorizzazione a procedere.
Perché è una questione di democrazia: se si processa lui qualunque governo dovrebbe chiedere il permesso alla magistratura per agire e non più applicare il programma per il quale ha chiesto e ottenuto il consenso popolare. Di più: se Salvini lascia passare il principio che il Senato possa farlo giudicare con un voto fazioso e politico della sinistra unita ai Cinque stelle ha il dovere di non minimizzare e chiudere invece la fase di governo con Di Maio e compagnia.
E’ indubbio che Salvini non abbia il “diritto” di farsi processare.
Perché in quell’aula non entrerebbe lui, entrerebbero i milioni di italiani che l’hanno votato. Entrerebbe l’80 per cento degli italiani che è a favore dei porti chiusi. Entrerebbe, di fatto, la democrazia.
Quello della Diciotti non sarebbe un “processo a Salvini”: sarebbe un processo alla sovranità popolare.
Non possiamo lasciare ad una fazione estremista della magistratura la possibilità di processare il voto degli italiani. Non è concepibile.
Perché se così fosse, si violerebbe sì, la Costituzione, che infatti prevede proprio per questi casi l’immunità di un ministro (poi è stata impropriamente allargata a fatti personali): perché il potere giudiziario non può e non deve, come sanno i magistrati indipendenti e non politicizzati, intromettersi nel processo democratico.
