Esplora il significato del termine: La Corte d’Assise di Brescia ha chiuso, per intervenuta estinzione del reato per morte del reo, il processo per la strage di Ferragosto. Era il 1990: Ljubisa Vrbanovic, detto Manolo, uccise in un rapina in casa degenerata Giuliano e Agnese Viscardi, 58 e 53 anni, e i figli della coppia Luciano e Maria Francesca, che abitavano nella stessa villetta a Torchiera di Pontevico nel Bresciano. I giudici bresciani hanno preso atto del certificato di morte dell’imputato, inviato dalle autorità serbe e che fissa all’11 marzo 2014 il decesso di quello che era ribattezzato il killer dagli occhi gialli.La Corte d’Assise di Brescia ha chiuso, per intervenuta estinzione del reato per morte del reo, il processo per la strage di Ferragosto. Era il 1990: Ljubisa Vrbanovic, detto Manolo, uccise in un rapina in casa degenerata Giuliano e Agnese Viscardi, 58 e 53 anni, e i figli della coppia Luciano e Maria Francesca, che abitavano nella stessa villetta a Torchiera di Pontevico nel Bresciano. I giudici bresciani hanno preso atto del certificato di morte dell’imputato, inviato dalle autorità serbe e che fissa all’11 marzo 2014 il decesso di quello che era ribattezzato il killer dagli occhi gialli.
Vennero sterminati uno per uno, senza pietà, nella notte di Ferragosto: quattro italiani abbattuti come in un macello. Mentre sulla piazza principale di Pontevico, paesone di undicimila persone nella pianura sterminata tra Brescia e Cremona, si finiva di consumare la festa del paese, in una casa a pochi chilometri di distanza assassini senza volto hanno seminato la morte. Una villetta ad un piano, nella frazione di Torchiara: qui vivevano e lavoravano i Viscardi, gente seria, unita, pulita. Li hanno uccisi tutti e quattro, a colpi di pistola: papà Giuliano, sua moglie Agnese, i figli Francesca e Luciano.
Caduti tutti e quattro in uno spazio di pochi metri quadri, neppure la possibilità di abbozzare una difesa, una fuga, una richiesta di grazia. La lunga sequenza di colpi è risuonata nella notte senza che nessuno sentisse nulla. Poi gli assassini hanno abbandonato la casa, lasciando dietro di sè scarne tracce del proprio passaggio. Ed è su queste tracce che da ieri mattina polizia e carabinieri stanno lavorando per dare un perchè a questa strage ed un volto ai suoi autori. Una sola, finora, l’ ipotesi che gli investigatori si azzardano ad avanzare, ed è un’ ipotesi raggelante: quella di una rapina finita male, dell’ atroce incidente sul lavoro di una banda di svaligiatori colti sul fatto e forse riconosciuti. Tra villette e campi di mais La casa della strage – il teatro di una mostruosa sequenza che neanche l’ atroce fantasia di Arancia meccanica avrebbe potuto immaginare – è una villetta dalle pareti ocra, lungo una strada stretta che corre tra i campi di mais e le cascine, costeggiata da una piccola roggia dalle acque torbide. La prima sensazione per chi si avvicina è un odore pesante, sgradevole, che prende alle narici; subito dopo, un frastuono di fondo, come un rombo su una tonalità più alta. Sono i polli, decine di migliaia di pulcinotti che urlano tutti insieme, stipati nei lunghi capannoni che sorgono accanto alla villetta. Su questi polli Giuliano Viscardi aveva costruito negli anni il suo benessere di contadino caparbio, messo su casa, preparato un avvenire solido per i suoi tre figli. Di questi figli ora ne resta solo uno, Guido, ventott’ anni: a lui ieri mattina è toccato di vivere quell’ incubo ad occhi aperti che è stata la scoperta del delitto. E’ arrivato a casa, ha trovato la porta aperta, è salito. E ha visto. Il primo segnale fuori posto era l’ acqua: acqua dovunque, sulle scale, nell’ atrio, sul viottolo d’ ingresso. Nell’ uragano di pallottole un colpo è andato a piantarsi in una tubatura dell’ impianto di riscaldamento, e l’ acqua è uscita a fiotti. Al piano terreno tutto in ordine, le finestre chiuse. Una piccola scala che porta al piano superiore, un soppalco dove sono state ricavate le camere da letto dei ragazzi. La prima camera, con una porta di legno sfondata, è quella di Francesca, 23 anni, una bella ragazza mora: è in fondo, rannicchiata su se stessa, con la camicia da notte e la vestaglia. Accanto a lei, supino, c’ è suo padre Giuliano, 57 anni, anche lui in pigiama ma con le mani ed i piedi legati da corde e stracci. Quasi sull’ entrata c’ è Luciano, 29 anni, il figlio maggiore: è l’ unico della famiglia ad essere vestito ancora con gli abiti del giorno, una camiciola ed un paio di blue jeans. Tutti e tre sono stati ammazzati con colpi di pistola alla testa, a bruciapelo. Poi c’ è una striscia di sangue che porta all’ altra stanza, quella dove dormiva Luciano: e qui, quasi seduta, c’ è Agnese Maringoni, 55 anni, la madre. E’ la sola a non essere stata colpita alla testa, gli assassini l’ hanno uccisa dopo che era riuscita a liberarsi i polsi e ad arrivare fino al telefono per lanciare la richiesta d’ aiuto. La cornetta dell’ apparecchio è rimasta staccata, un proiettile le ha spaccato il polso. In alcune stanze, inequivocabili, le tracce del passaggio degli sconosciuti: cassetti aperti, armadi svuotati, portafogli svuotati e abbandonati. Nel giro di venti minuti, dopo l’ allarme lanciato da Guido Viscardi, la mattinata placida di Pontevico si è popolata di decine di auto lanciate a sirene spiegate verso la villetta ocra. I primi ad arrivare sono i carabinieri della stazione, poi quelli della compagnia di Verolanuova, il comandante del gruppo di Brescia, colonnello Alessandro Tornabene. Arrivano gli uomini della Criminalpol regionale, il questore di Brescia Vito Plantone, decine di agenti in divisa che circondano la casa della strage. Arrivano le pattuglie con i cani che iniziano a perlustrare i campi nella speranza di trovare qualche traccia della fuga degli assassini, un indumento, un’ arma abbandonata. Pallido come un cencio, stremato dal dolore, Guido Viscardi entra ed esce dalla casa in compagnia del giudice Carlo Zaza, della procura bresciana. Poco dopo mezzogiorno arrivano i carri funebri, i corpi dei Viscardi vengono riposti nelle bare di alluminio, caricati sui furgoni, partono verso l’ obitorio di Brescia dove li attendono i medici legali incaricati dell’ esame. A vederli partire, assiepata sulla strada che porta a Pontevico, c’ è una folla silenziosa arrivata in processione davanti alla casa di questa gente che tutti conoscevano e di cui nessuno sa dire altro che bene. Gente con la religione del lavoro, che non sapeva cosa fosse una vacanza; una vita spesa tra la casa e i capannoni dei polli, poca vita pubblica, la domenica mattina in chiesa. Li hanno visti vivi per l’ ultima volta la sera di Ferragosto, in paese per la festa di San Rocco. Papà Viscardi e sua moglie sono arrivati, hanno dato un’ occhiata in giro, poi hanno comprato tre pizze per loro e per Francesca e sono tornati a casa a mangiare. Luciano invece è rimasto in paese con Anna, la ragazza che doveva sposare a settembre: poco dopo le undici sono partiti insieme con l’ Alfasud di Luciano, per riaccompagnare Anna a casa a Calvisano, un altro paese di questa grande pianura. A mezzanotte meno un quarto, di fronte alla casa della ragazza, i due fidanzati si sono lasciati e Luciano è ripartito verso Pontevico: ed è a questo punto, che secondo la prima ricostruzione degli investigatori, la tragedia ha iniziato a prendere forma. Se Luciano Viscardi fosse tornato a casa un’ ora prima o un’ ora dopo – dice un funzionario di polizia – forse tutto questo non sarebbe successo. Forse li avremmo trovati la mattina dopo, legati ma vivi. A fare irruzione nella villetta di Torchiera, secondo questa ipotesi, sarebbe stato un gruppo di rapinatori (almeno due, forse tre) armati con un’ automatica calibro 22 e un revolver 357 magnum. Uno di loro portava una parrucca castana, che è stata ritrovata nella casa. I rapinatori hanno varcato senza problemi il muretto di cinta, hanno spianato le armi, hanno costretto i coniugi a salire al primo piano e li hanno legati. Pochi soldi in contanti Poi, sempre sotto la minaccia delle pistole, hanno costretto la figlia, Francesca, a far loro da guida durante la razzia nella casa. Di certo hanno trovato poco: qualche soldo in contanti, dei gioielli. Non tenevano mai molto denaro in casa hanno raccontato i parenti dei Viscardi. Attorno a mezzanotte e mezza, in casa arriva Luciano, posteggia l’ Alfasud sul retro e sale: è l’ inizio della fine. Il ragazzo entra nella sua camera, trova la madre con i polsi legati, la libera con un coltello da cucina che verrà trovato a pochi passi dal suo corpo. Subito dopo il giovane si trova faccia a faccia con i rapinatori che reagiscono brutalmente, con un colpo in piena fronte. Luciano Viscardi cade a terra ma a quel punto gli sconosciuti decidono di fare terra bruciata intorno a loro, uccidono con freddezza il padre e la sorella del ragazzo. Gli ultimi colpi sono per Agnese, la madre. Alle tre di pomeriggio, quando il giudice Zaza esce dalla villetta, la gente di Pontevico è ancora lì davanti, che guarda attonita le persiane chiuse.
Era solo l’inizio. Era il 1990, primi segnali di immigrazione. all’origine del male.
