Torino, Appendino vuole una città a misura di Sharia: ospedali ‘halal’



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Due giorni di full immersion per costruire una città a misura di Sharia – «È l’unico convegno di questo genere organizzato da un comune», ha detto il sindaco Appendino (M5S) parlando della due giorni che segue la missione istituzionale a Dubai dello scorso ottobre. «Noi guardiamo con grande interesse a questo mondo non solo per le indubbie capacità di business ma per la tendenza all’inclusione sociale».

Cibo che rispetti i divieti, una copia del Corano nel comodino, frigobar senza alcolici e Tv senza canali per adulti. E ancora prodotti per il corpo certificati halal, indicazione delle sale di preghiera più vicine e della Mecca per adempiere al momento della preghiera. Sono gli accorgimenti per un hotel o un ristorante a misura per il turista di religione islamica.

Il tema del turismo ‘halal friendly’ è stata una delle questioni al centro del terzo Forum della Finanza Islamica che si è tenuto il 6 e 7 marzo sotto la Mole. “A Torino non abbiamo ancora alberghi o ristoranti ‘halal friendly’ – spiega Paolo Pietro Biancone, esperto di finanza islamica dell’Università -. Si tratta di un turismo di alta gamma ed è importante capire che è un’opportunità per gli operatori e che l’accoglienza halal non penalizza il cliente tradizionale”.

Con tanti saluti ai diritti degli animali, tema molto caro a Casaleggio e, purtroppo, non al nuovo sindaco di Torino. Perché ‘prodotti halal’ significa ottenuti da animali sgozzati senza stordimento e morti per lento dissanguamento.

Non bastasse la tortura contro gli animali, c’è anche discriminazione religiosa e sessuale: a sgozzarli deve essere un maschio islamico. Ad esempio, un macellaio italiano no.

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Ma non è tutto. In verità, l’obiettivo è sostituire gli italiani con gli islamici. Già oggi la maggioranza dei 50mila immigrati residenti sotto la Mole. Oltre 5.400 pasti halal (dove sono gli animalisti) serviti ogni giorno nelle mense scolastiche, corsi di cucina musulmana nelle classi degli istituti professionali dove studiano aspiranti cuochi ‘italiani’.

Ma ora si punta a protocolli di intesa in ambito sanitario, per istituire reparti che rispettino le rigide prescrizioni sulla promiscuità e sulla separazione dei sessi, spiega ancora il professor Pietro Biancone, docente di finanza islamica all’Università di Torino. Un discorso «aperto anche con le farmacie», per portare al banco medicinali dagli ingredienti compatibili con il capriccio islamico.

Resta l’ultimo tassello per completare l’islamizzazione della città: il mercato immobiliare.

Gli islamici «non comprano case», perché i mutui sono vietati dai principi ‘etici’ della finanza musulmana, che esclude qualsiasi strumento finanziario che comporti degli interessi. Ecco perché nell’attesa che si avveri il ‘sogno’ della prima banca islamica italiana proprio a Torino, il Comune, confermano Biancone e l’assessore Sacco, discute con i tribunali di un protocollo per consentire agli acquirenti il pagamento a rate degli immobili sulle vendite a incanto. «Se si offre loro la possibilità di accedere al credito senza violare le prescrizioni del Corano permettendogli di acquistare una casa o di aprire una attività, si può compiere un passo verso l’inclusione sociale», minaccia Appendino.

Invece di cercare di evitare che gli stranieri comprino pezzi di città, fanno in modo di agevolare l’invasione. In una società sana, sarebbero mandati al patibolo. Non siamo una società sana. Per ora.

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