Gino Cecchettin non ha niente da insegnare ai maschi italiani

Vox
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La cosa più triste della smania di protagonismo di alcuni elementi di questa vicenda è lo scomparire dell’unica vera vittima dal centro della scena: Giulia Cecchettin è finita in secondo piano. E anche dell’unico vero carnefice: Filippo Turetta.

Gino C. minaccia querele contro chiunque osi diffamare la sua famiglia. E avrebbe ragione, se così fosse. In realtà, tranne rarissimi casi, non esiste alcuna diffamazione sui social ai danni del padre Gino e dei suoi cari.

Esistono, semmai, legittime critiche al personaggio Gino Cecchettin. Quello che, invece del lutto privato, ha scelto di ergersi a paladino del matriarcato più becero e che, invece di andare a caccia dell’unico assassino di sua figlia, ha preferito manganellare i maschi italiani, tutti accomunati in una delirante colpa collettiva.

Lui si è elevato sopra tutti i maschi italiani, quasi fosse l’unico capace di trattare le donne come devono essere trattate. E allora non si lamenti se poi, apparsi suoi presunti post sui social, non viene esaltato a modello maschile.

La verità è che Gino Cecchettin ha scelto di non vivere privatamente il proprio dolore, ma di essere personaggio. E come personaggio è legittimo obiettivo della critica.

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[…] figlio di una strumentalizzazione ideologica di sinistra diventata addirittura scontro politico, è lo spartiacque della frattura emotiva tra un Paese che ha sofferto per le sorti di Giulia e una famiglia travolta da un femminicidio che però non ha saputo incarnare la rappresentazione del dolore nell’immaginario collettivo. Anzi, ha perseverato così tanto nel j’accuse all’uomo bianco che la povera Giulia è passata quasi in secondo piano, mentre suo padre Gino veniva elevato a simbolo del cambiamento culturale, di quelli’Italia migliore cui tendere grazie a un lavoro di sensibilizzazione sui più piccoli, fin dalle scuole, affinché tutti i maschi imparino a rispettare le donne e a preservarle dalla violenza.

Non solo quella fisica, ma anche dalle ossessioni e dal sessismo che contribuisce all’idea della femmina-oggetto. Il culmine di quelle lezioni di vita profuse a reti unificate e del paternalismo di Gino Cecchettin si è toccato con il funerale di Giulia, quando il padre, dal pulpito, ha letto la sua lettera, con toni così composti da sembrare più un capo di Stato che un genitore al quale avevano appena ucciso una figlia. “Il femminicidio è spesso il risultato di una cultura che svaluta la vita delle donne”, ha detto Gino, sottolineando che “ci sono tante responsabilità, ma quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, mondo dell’informazione”. Si è poi rivolto agli uomini, “perché noi per primi dovremmo dimostrare di essere agenti di cambiamento contro la violenza di genere. Parliamo agli altri maschi che conosciamo, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali. Dovremmo essere attivamente coinvolti, sfidando la diffusione di responsabilità, ascoltando le donne e non girando la testa di fronte ai segnali di violenza, anche i più lievi. La nostra azione personale è cruciale per rompere il ciclo e creare una cultura di responsabilità e supporto”.

L’ennesima paternale, da ingoiare in silenzio se perfino il ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Valditara, folgorato sulla via di Damasco trasmette la lettera di papà Gino a tutte le scuole, affinché venga letta agli studenti, come monito e insegnamento per il futuro. Se l’ex Pd attivista Lgbtq Anna Paola Concia, appena nominata alla presidenza del progetto “Educazione alle relazioni” annuncia che coinvolgerà in quel progetto Gino, il quale nel mentre ha lasciato il lavoro per dedicarsi all’impegno civico. Quel silenzio, però, è diventato una valanga di fango contro il papà di Giulia per alcuni tweet sessisti spuntati dal profilo X @ginother, lo stesso dal quale il genitore lanciava appelli per il ritrovamento della figlia. “Ti metto una mano nelle mutande”, “Memorabile sarebbe stata una foto a 4° col tanga”, “Se le compensano col culo, anche no”, !Se scoreggi durante un 69 può succedere”, sono alcuni dei commenti a sfondo sessuale ad attrici e personaggi dello spettacolo pubblicati dal 2018 in poi su quel profilo, chiuso dal proprietario non appena è partito l’attacco social, Qualcuno ha tentato di addebitare le frasi a un hacker, che però non avrebbe potuto retrodatare i post. Una doppia morale che ha travolto Gino. E a causa di una serie di attacchi social più ampi, da destra e sinistra, alla Concia è saltato anche l’incarico a coordinatrice del progetto.

E stendiamo un velo sulla nonna.




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