L’orrore degli immigrati sulle donne: “Ti sfrutto come un cane, ti faccio vomitare sangue”

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Le indagini sono partite nel 2020, grazie alla denuncia di una giovane donna, poco più che ventenne, riuscita a sfuggire al suo aguzzino e convivente, un immigrato.

Da lì, i militari – coordinati dalla Procura di Foggia – sono riusciti a ricostruire il racket della prostituzione nelle strade del Foggiano (in particolare la Statale 673 di Foggia e tratti di strada pubblica nei comuni di Cerignola e Orta Nova).

Un sistema di ‘sfruttamento a cascata’, dove le donne venivano sfruttate dai protettori stranieri (“La sfrutto come un cane”, emerge in una intercettazione) che, a loro volta, erano costretti a pagare una tassa – un vero e proprio ‘pizzo’ – ad un gruppo di nazionalità albanese che esercitava, con violenza, il predominio sulle piazzole di sosta.

Dazioni di denaro pretese anche con cadenza settimanale. L’indagine – che ha accertato il sistematico ricorso a minacce e continue vessazioni in danno delle vittime, sfociate in alcune circostanze in brutali episodi violenza fisica, esercitata anche con l’utilizzo di armi da taglio e bastoni – è condensata in 140 pagine di ordinanza, in cui si passano in rassegna terribili violenze, maltrattamenti e coercizioni.

Tutto è partito nel maggio 2020, quando i carabinieri hanno soccorso una giovane donna che vagava – scalza e visibilmente agitata – sul ciglio della strada. La donna ha denunciato di essere “costretta a prostituirsi” e che, prima dell’intervento dei carabinieri, “il suo sfruttatore le aveva rubato gli effetti personali e aveva tentato di farla salire coercitivamente nella sua auto”, si legge nell’ordinanza. Lo sfruttatore era lo stesso uomo con il quale aveva una relazione sentimentale da 5 anni.

L’immigrato “l’accompagnava sulla tangenziale di Foggia, lasciandola su una piazzola di sosta vicino ad altre ragazze, dicendole che poteva stare lì e che avrebbe dovuto chiedere la somma di 20 euro per ogni prestazione sessuale”. Così ogni giorno, con ogni temperatura: “Rimaneva dalle 14.00 alle 23.30 circa”.

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Mentre lei si prostituiva, il compagno-sfruttatore “effettuava continui passaggi in auto per controllarla. L’uomo, inoltre, le imponeva di inviargli un messaggio quando si allontanava con un cliente e quando ritornava sulla piazzola, cosi da poter controllare quanti clienti incontrava. A fine serata, la donna gli consegnava tutto il denaro guadagnato”.

Dinamiche che illustra la stessa vittima: “Ogni sera gli consegnavo la cifra, che poteva oscillare intorno ai 250-300 euro. Non era contento, mi diceva che erano pochi e non guadagnavo come le altre ragazze presenti in strada” aggiungendo di essere quotidianamente malmenata e umiliata con espressioni del tipo: “Tu per me fai proprio schifo, non sai fare il tuo mestiere”.

Durante un litigio, lo stesso le ha tagliato i capelli di netto con un coltello, altre volte l’aveva percossa anche con mazze da baseball o corde al punto da costringerla alle cure del pronto soccorso per almeno tre volte: “la prima volta quando di fronte alla sua ostinazione a non volersi prostituire, l’aveva picchiata con pugni in testa facendole perdere i sensi; la seconda volta quando – pretendendo che abortisse per riprendere a lavorare – la spingeva a terra e la colpiva con calci alla pancia (a seguito di tale aggressione la donna perdeva il bambino); la terza volta quando, dopo aver chiesto di andare via dalla SS 673, dove si stava prostituendo, perché aveva freddo, l’uomo l’aveva raggiunta a l’aveva picchiata tirandole dei pugni”.

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La principale fonte di prova nel caso in esame è costituita dall’esito dell’attività di intercettazione telefonica e ambientale. “In tutte le conversazioni captate è esplicito e non trova plausibili spiegazioni alternative per cui può ritenersi prova dell’attività di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione”. Gli indagati, infatti, non potendo sapere di essere intercettati, si esprimono liberamente e lasciano chiaramente trapelare sia quale sia la loro principale occupazione – “ossia lo sfruttamento delle donne e il favoreggiamento della prostituzione delle stesse” – nonché, per alcuni di essi, la loro indole violenta e vendicativa: “La sfrutto come un cane”, “Vuoi vedere che ti picchio fino a farti vomitare sangue?”, “Se ti chiamo due volte e non rispondi ti faccio a pezzi”.

Lo stato di prostrazione della donna era condiviso dalle altre malcapitate, costrette loro malgrado a condividere la strada: “A me non fa male niente, sono di plastica, di legno. Io non ho un cuore come le persone normali, sono un cane”, si dispera una connazionale ribellandosi all’ennesima violenza perpetrata da un altro indagato. Nove le donne sfruttate ascoltate dai carabinieri nei mesi di indagine, tutte rumene e tutte poco più che maggiorenni.

Un gruppo di “albanesi accampava pretese sulle postazioni”. La dazione di denaro per l’usufrutto delle piazzole, che poteva oscillare da 100 a 200 euro, è confermata nelle captazioni: “Ho dato fìno all’ultimo soldo agli albanesi”; le intercettazioni ne evidenziano anche la pericolosità (“Sono venuti gli albanesi per uccidermi. Giuro, a me hanno portato sollo il ponte per uccidermi”).

Come si legge nell’ordinanza, “è evidente che gli ‘albanesi’ hanno il predominio sulle aree di sosta delle prostitute in quella zona ed esercitano su di esse un vero e proprio diritto di proprietà tanto da poterle vendere o affittare” a pacchetto.