Bambino migrante: «Arriveremo dall’Africa e taglieremo gola a italiani»

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E’ pieno di piccoli e meno piccoli migranti con l’idea fissa di ammazzare italiani, bambini e adulti. Parliamo di individui per lo più nati o cresciuti tra noi. Perché sono tra noi, ma non sono come noi.

Infanzia, amicizie e stranezze del ragazzo arrestato dalla Digos per legami con l’Isis e ad oggi libero:

Terrorismo islamico, figlio immigrati e l’amico italiano pronti a compiere attentati

Ius scholae.

Sin da bambino, per strada, i suoi coetanei lo prendevano in giro per le raffiche di frasi minacciose e incontrollate che, quando si arrabbiava, gli uscivano di bocca e che all’epoca venivano considerate niente più di semplici «sparate».

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A Ossona – paese di 4mila anime a 27 chilometri a nord ovest di Milano dove una moschea o un qualunque centro culturale islamico costituiscono ancora realtà lontane anni luce, mentre la chiesa resta «il faro» della comunità – un ragazzino nordafricano piccolo di statura e mingherlino, appartenente a uno dei primissimi nuclei familiari di migranti venuti a vivere in Italia, non poteva creare alcun tipo di allarme. In questa località, dove i bambini giocano ancora tutti per strada, il piccolo Ossama Ghafir, 18 anni compiuti a gennaio, che spaventava gli amici gridando: «Arriveremo dal Marocco e taglieremo la gola a voi italiani», non poteva che suscitare al massimo un po’ di ilarità. Per il resto era un bambino come tutti gli altri.

Per il resto era un bambino come tutti gli altri. Voleva solo sgozzare gli italiani. Seconde generazioni.

Ne parliamo perché alcuni mesi fa il marocchino ha fatto ricorso in Cassazione dopo la condanna in primo e secondo grado.

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Ricorre in Cassazione Ossama Ghafir, il 21enne marocchino per anni residente in vicolo Brasca a Ossona arrestato dalla Digos tre anni fa perché accusato di voler creare una cellula dell’Isis in Italia. Il difensore del giovane, l’avvocato Fabrizio Cardinali, ha infatti presentato ricorso contro la sentenza con cui la Corte d’Appello di Palermo di recente ha confermato la condanna a 2 anni e 8 mesi inflittagli in primo grado in abbreviato il 3 luglio 2020 dal Tribunale del capoluogo siciliano.

Nato in Marocco nel gennaio 2001, Ossama si era trasferito con la famiglia a Ossona quando ancora andava alle elementari. In paese ha frequentato anche le medie e ha poi continuato a studiare sognando di diventare meccanico. Poi, nel settembre 2016, il trasferimento con il padre, la madre e i fratelli a Cerano, nel Novarese, dove attualmente risiede.

Il 17 aprile 2019 Ossama era stato arrestato (oggi è di nuovo a piede libero) con l’accusa d’istigazione a delinquere nel corso dell’operazione antiterrorismo «Jannah» della Dda di Palermo. Stando alle indagini, il 19enne avrebbe tentato di indurre il camionista palermitano (ma domiciliato a Bernareggio) Giuseppe Frittitta, ribattezzato Yusuf dopo la conversione all’Islam, «a compiere delitti contro la personalità internazionale e interna dello Stato» inviandogli tramite i social network «materiale di propaganda dello Stato Islamico, informazioni relative ai combattimenti in corso in Siria, canti di guerra, video propagandistici e di combattimenti, vessilli e immagini di guerre, e invitandolo ripetutamente ad addestrarsi» per arruolarsi nell’esercito del Califfato come «foreign fighters». Azioni, ricostruisce la Procura, finalizzate a «condotte con finalità di terrorismo rivolte ad arrecare grave danno a più Paesi, sia mediorientali che europei, e compiute allo scopo di intimidire la popolazione o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di tali Stati».

Parte di questi fatti, però, sarebbero stati commessi quando Ossama era ancora minorenne: per questo in primo grado il gup di Palermo aveva stralciato alcune delle condotte contestate disponendo l’invio al Tribunale dei Minori degli atti relativi all’auto-addestramento. Frittitta, a inizio 2020, ha invece scelto di patteggiare e di «pentirsi». Si tratta del primo «radicalizzato» italiano a collaborare con la giustizia. Inizialmente anche Ghafir ha tentato la strada del patteggiamento, chiudendo con i pm un accordo per una pena (sospesa) a due anni e mezzo di reclusione, non ratificato però dal gup. Da qui la scelta del rito abbreviato che ha portato alla condanna sia in primo che in secondo grado. Il 21enne attende ora l’esito del ricorso in Cassazione.

Nato in Marocco nel gennaio 2001, Ossama si era trasferito con la famiglia a Ossona quando ancora andava alle elementari. In paese ha frequentato anche le medie e ha poi continuato a studiare sognando di diventare meccanico. Poi, nel settembre 2016, il trasferimento con il padre, la madre e i fratelli a Cerano, nel Novarese, dove attualmente risiede.

Il 17 aprile 2019 Ossama era stato arrestato (oggi è di nuovo a piede libero) con l’accusa d’istigazione a delinquere nel corso dell’operazione antiterrorismo «Jannah» della Dda di Palermo. Stando alle indagini, il 19enne avrebbe tentato di indurre il camionista palermitano (ma domiciliato a Bernareggio) Giuseppe Frittitta, ribattezzato Yusuf dopo la conversione all’Islam, «a compiere delitti contro la personalità internazionale e interna dello Stato» inviandogli tramite i social network «materiale di propaganda dello Stato Islamico, informazioni relative ai combattimenti in corso in Siria, canti di guerra, video propagandistici e di combattimenti, vessilli e immagini di guerre, e invitandolo ripetutamente ad addestrarsi» per arruolarsi nell’esercito del Califfato come «foreign fighters». Azioni, ricostruisce la Procura, finalizzate a «condotte con finalità di terrorismo rivolte ad arrecare grave danno a più Paesi, sia mediorientali che europei, e compiute allo scopo di intimidire la popolazione o destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di tali Stati».

Parte di questi fatti, però, sarebbero stati commessi quando Ossama era ancora minorenne: per questo in primo grado il gup di Palermo aveva stralciato alcune delle condotte contestate disponendo l’invio al Tribunale dei Minori degli atti relativi all’auto-addestramento.

Inizialmente anche Ghafir ha tentato la strada del patteggiamento, chiudendo con i pm un accordo per una pena (sospesa) a due anni e mezzo di reclusione, non ratificato però dal gup. Da qui la scelta del rito abbreviato che ha portato alla condanna sia in primo che in secondo grado. Il 21enne attende ora l’esito del ricorso in Cassazione.




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