Scontri tra flotta ONG e Guardia Costiera libica: dov’è la Marina italiana?

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Un totale di 633 clandestini sono stati bloccati al largo delle coste libiche e riportati a terra dal 27 novembre al 3 dicembre. Lo ha reso noto l’ufficio libico dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) via Twitter. Dall’inizio del 2022, un totale di 21.457 migranti sono stati soccorsi e riportati in Libia, tra cui 1.089 donne e 678 presunti minori.

Nel 2021, un totale di 32.425 migranti erano stati recuperati in mare e riportati in Libia.

Questo perché le Ong si sono fatte di nuovo più aggressive con una flotta di una decina di navi. Non è un caso che in questi giorni abbiano rubato già 500 clandestini alle motovedette libiche.

Deve intervenire un blocco navale italiano.

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Lo scorso 30 novembre, ben 500 clandestini sono stati fermati al largo della città di Tobruk, nell’est della Libia. Secondo il portale d’informazione “Al Wasat”, i clandestini si trovavano su un barcone che trasportava 400 egiziani e 100 siriani che sarebbe stato rimorchiato al porto di Tobruk dove i migranti sono stati interrogati e trasferiti alle autorità della Libia orientale (non riconosciute dalla Comunità internazionale).

Lo scorso 2 dicembre, nel suo intervento alla conferenza Med Dialogues 2022 tenuta a Roma, la ministra degli Affari esteri del Governo di unità nazionale della Libia (Gun), Najla el Mangoush, aveva sollecitato a pensare a “soluzioni differenti” per la lotta alle migrazioni illegali nel Mediterraneo, perché “motovedette e guardiacoste” non risolvono il problema alla radice. “Dico ai nostri amici in Italia e nell’Unione Europea che dobbiamo guardare a soluzioni differenti per le migrazioni: per me motovedette e guardiacoste non sono soluzioni”, aveva detto Mangoush, auspicando un’azione più ad ampio spettro, che prenda in considerazione le “cause profonde” della migrazione illegale. “La Libia non è l’obiettivo di questi migranti che passano per il nostro Paese tentando di raggiungere l’Europa in cerca di una vita migliore”, aveva detto la ministra. L’esponente del governo di Tripoli aveva poi indicato due “passi pratici” da dove iniziare: “Primo, dobbiamo lavorare con i Paesi africani e fornire fondi per lo sviluppo e creare opportunità di sviluppo. Secondo, servono risorse ed attrezzature per controllare e mettere in sicurezza i confini (meridionali)”, aveva aggiunto.

La seconda che hai detto. Ma servono entrambi i controlli: due linee di difesa, una ai confini libici con l’Africa subsahariana e l’altro in mare.

Secondo Natalia Cea, direttrice della missione dell’Unione europea di assistenza alle frontiere in Libia (Eubam) in Libia, è necessario un piano a medio e lungo termine per il controllo di aree “al di fuori di ogni controllo” con i confini desertici tra Libia, Niger e Ciad. “Non possiamo pensare di ridurre le nostre operazioni al solo bacino del Mediterraneo su questioni come i traffici illegali di merci e di esseri umani. Dobbiamo creare una strategia con un approccio olistico”, aveva detto Cea sempre ai Med Dialogues 2022, sottolineando come nel sud della Libia ci siano zone “prive di monitoraggio” dove l’Europa deve iniziare ad agire “in maniera combinata” insieme ai Paesi della sponda sud del Mediterraneo profondo. Un primo, importante passo in questa direzione è stato compiuto con la Conferenza regionale sulle operazioni transfrontaliere tra Libia e Sahel che si è conclusa lo scorso 23 novembre a Tunisi, organizzata da Emanuela Del Re, rappresentante speciale dell’Ue per il Sahel, in collaborazione con Eubam, la Cellula di consulenza e coordinamento regionale dell’Ue per il Sahel (Racc) e il programma antiterrorismo trans-regionale Ct-Just.

Nel corso della conferenza è emerso come la lotta alle migrazioni illegali, al terrorismo e alla criminalità organizzata non si svolga solo nel Mar Mediterraneo, dove spesso è troppo tardi per intervenire, ma nella vera frontiera meridionale dell’Europa: gli oltre duemila chilometri di confine che la Libia condivide con Algeria, Niger, Ciad, Sudan ed Egitto. Secondo quanto appreso da “Agenzia Nova”, un follow-up della Conferenza di Tunisi potrebbe tenersi a Roma, in Italia, all’inizio del 2023 con l’obiettivo di creare una struttura permanente per il controllo dei confini del cosiddetto “Mediterraneo profondo”, in accordo tra i Paesi del Sahel e l’Unione Europea.




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