Pagavano 8mila euro per sbarcare in Italia: gli affari d’oro del “re dell’Italia”

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Saranno giudicati con il rito abbreviato, in accoglimento della richiesta formulata dai loro legali, nove fra coloro che nel gennaio scorso furono arrestati nell’ambito dell’operazione “Astrolabio”, condotta dal Gico della guardia di finanza di Lecce, in collaborazione con le polizie greca e albanese e con unità mobili di Europol, coordinate da Eurojust (Paesi Bassi), sotto il coordinamento della Dda di Lecce.

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“Astrolabio” (nome preso in prestito dall’antico strumento che serviva per eseguire facilmente complessi calcoli astronomici), è stata una delle più grosse offensive degli ultimi anni nel contrasto ai traffici di vite umane su più rotte, compresa quella marittima balcanica che conduce verso le coste salentine. Le indagini, nello specifico, hanno consentito di accertare l’esistenza di ben quattro cellule, distinte e nel contempo interconnesse, con altrettanti capi al comando, che avrebbero gestito il trasferimento di migranti agendo fra Turchia, Albania e Italia.

Fra coloro che si stanno avviando al processo con il rito che consente di ottenere lo sconto di un terzo della pena, vi è proprio uno di questi presunti boss, un personaggio ritenuto di alto profilo dagli investigatori, con tanti e tali agganci da essere conosciuto nell’ambiente come “Il re dell’Italia”. Si tratta di Alaa Qasim Rahima, 38enne iracheno, residente a Fossalta di Piave, in provincia di Venezia; con lui, ovviamente sempre in abbreviato sarà giudicato anche il fratello, Omar Qasim Rahima, 31enne, domiciliato anch’egli a Fossalta di Piave. Entrambi sono difesi dagli avvocati Andrea Maggiulli e Giampaolo Cazzola. Non meno rilevante è ritenuta dagli inquirenti anche un’altra figura che si avvia al processo, quella di Majid Muhamad, iracheno, 52 anni, residente a Bari.

Gli altri presunti sodali sono: Faraidun Hama, 45enne iracheno; Konstantine Broladze, 34enne georgiano; Irakli Khurtsidze, 34enne georgiano, residente a Bari; Mariami Nishnianidze, 22enne georgiana, residente a Bari; Muhamad Seyha, 21enne siriano; Mohamad Malek Bakkour, siriano 34enne. Diversi fra loro, in particolare gli uomini dei Paesi dell’Est, avrebbero svolto in più occasioni il ruolo di scafisti alla guida di imbarcazioni.

Le udienze, davanti al giudice per le indagini preliminari Angelo Zizzari, si apriranno il prossimo 15 febbraio per i fratelli Alaa Qasim Rahima e Omar Qasim Rahima. A seguire, il 14 marzo, sarà la volta dei casi di Konstantine Broladze, Irakli Khurtsidze e Mariami Nishnianidze. Infine, il 19 aprile, toccherà a Majid Muhamad, Faraidun Hama, Muhamad Seyha e Mohamad Malek Bakkour. Il fascicolo sulla vicenda è in mano al pubblico ministero Carmen Ruggiero.

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Enorme sarebbe stato il giro d’affari, per milioni di euro, grazie a una fitta rete di fiancheggiatori e scafisti. Associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, con l’aggravante del reato transnazionale, è il reato contestato. Gli investigatori, anche infiltrandosi in questo tessuto, hanno messo a nudo una rete molto ben strutturata. Un’organizzazione puntigliosa, dai trasferimenti via mare dalle coste turche, greche o albanesi verso i litorali dell’Italia meridionale (soprattutto quelli della provincia di Lecce, ma anche di Brindisi e calabresi), fino alle destinazioni finali: Germania, Austria, Belgio, Gran Bretagna, Paesi Bassi.

Quattro, come detto, le cellule individuate, ognuna con un leader riconosciuto. Due di questi gruppi avrebbero agito direttamente in Italia. Uno sarebbe stato diretto dal summenzionato Alaa Qasim Rahima, l’ultimo terminale di una catena lunga migliaia di chilometri. Sarebbe stato lui, con i suoi mezzi e i suoi uomini, a coordinare il trasferimento di migranti irregolari – specie siriani – sia su varie parti del territorio italiano, sia in altre nazioni europee. In sostanza, grazie a un’estesa rete di collaboratori disseminati ovunque, anche in Grecia, avrebbe gestito il trasferimento di stranieri dalla Turchia verso vari stati dell’Unione europea. Majid Muhamad, invece, si sarebbe occupato soprattutto di recuperare gli scafisti dai luoghi d’approdo, nel Salento o persino in Calabria , per ospitarli in alberghi di Bari, agevolandone poi il trasferimento verso la Grecia e la prosecuzione del viaggio sino al rientro in Turchia.

Le indagini hanno permesso anche di confermare come avvenisse il passaggio di denaro per i vari pagamenti: attraverso l’antico metodo detto sarafi o a awala, cioè fondato sull’esistenza di una sorta di circuito clandestino di intermediari finanziari. Sistema utilizzato anche dai migranti per pagare il prezzo del trasporto. Mediamente, 6mila euro a testa per ogni migrante, per quanto riguarda i viaggi da Grecia o Albania. Fino a 7-8mila euro, per salpare dalla più lontana Turchia.

Si tratta di una materia particolarmente vasta, considerando l’esistenza di quattro canali. Per chi volesse approfondire, suggeriamo gli articoli scritti nel giorno del blitz: Quattro boss, un esercito di scafisti e un fiume di denaro: così gestivano i traffici; L’inchiesta giornalistica che ha anticipato gli investigatori; Lo sfuggente iracheno che dalla Turchia gestiva enormi traffici; Il “Re dell’Italia” che garantiva viaggi verso tutto il nord dell’Europa. Quest’ultimo, in particolare, è un approfondimento sul ruolo di Alaa Qasim Rahima.