Africano la stupra in strada ma giudici: “Ha le attenuanti”

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Mentre Boldrini si occupa delle unghie spezzate dei gay.

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Gettata sull’asfalto freddo di una giornata di inverno, immobilizzata, costretta a subire i morsi sulle labbra del suo aguzzino e le mani di quell’uomo dentro i suoi jeans. Poi la denuncia, un processo, un percorso terapeutico per cercare di convivere con quel sentimento di umiliazione che non riesce a scrollarsi di dosso. Un calvario.

Perché quella iniziata la sera del 15 dicembre 2020 è come una condanna per la vittima, di 48 anni. Una pena che sarà sicuramente più lunga di quella inflitta dal tribunale di Roma al suo aggressore: 4 anni di carcere. “Mi sono sentita umiliata. Una donna vittima di violenza deve essere tutelata e sostenuta al meglio. Invece, mi sento come se avessero voluto declassare il reato”, dice la donna ripercorrendo quella rapina sfociata in violenza una sera di dicembre a pochi metri da un convento.

Un fatto grave, affievolito come da codice per attenuanti generiche e scelta del rito (abbreviato). “Una donna che si mette a nudo e denuncia una violenza sessuale, vuole essere ascoltata. Invece è come se il reato non fosse grave perché il rapporto non è stato consumato completamente”, continua il racconto della vittima.

“Quando ho fatto il riconoscimento fotografico non ho provato odio, ma volevo e voglio giustizia”, dice. Ma la giustizia che sperava non è arrivata. “Non mi sono sentita difesa e tutelata come donna. Il discorso non è economico, è morale. Da quella violenza ho lavorato e sto continuando a lavorare su me stessa. Mi è costato molto. Il concetto che passa, però, è che una donna violentata non muore, allora il reato è giustificabile. Non è una rapina, è un tentato omicidio…Ancora oggi questa violenza mi tormenta e mi causa dolore”, chiosa

L’aggressione è avvenuta il 15 dicembre 2020, poco prima del coprifuoco; nessuno in giro, in un luogo buio e con tutte le attività chiuse. “Ti violento e se chiedi aiuto faccio venire anche un amico. E sarà peggio” ha detto l’immigrato, un 29enne del Mali senza fissa dimora.

Il tribunale di Roma non si smentisce mai. Lo stesso che ha graziato Sant’Egidio e i trafficanti umanitari di Babobab per i loro ospiti assassini e stupratori.