Questore: senza immigrati l’Italia sarebbe un paradiso

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Il questore uscente: “A Torino covano disagio e aggressività”. Giuseppe De Matteis nominato prefetto e dirigente centrale dell’Immigrazione: qui una realtà complicata e imprevedibile.

Schivo, di poche parole, lo scorso anno in un’intervista alla Stampa il questore uscente Giuseppe De Matteis aveva colto un segnale d’allarme strisciante, suscitando clamore negli ambienti politici.

«A Torino aumentano le aggressioni ai poliziotti da parte degli stranieri. Se molti migranti non fossero violenti e dediti ai reati, la nostra attività si ridurrebbe del 45 per cento». E nel resto del Paese è lo stesso.

Insomma: senza immigrati (8 per cento popolazione) i reati si ridurrebbero della metà. Quelli più odiosi come lo stupro ancora di più. L’Italia sarebbe un paradiso.

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Tornando a Torino, pochi giorni fa tre agenti sono stati aggrediti in un caseggiato di corso Regina, a due passi da Porta Palazzo, mentre perquisivano un alloggio. Sono stati picchiati e hanno rischiato di essere disarmati:

Intero condominio di immigrati in rivolta per difendere spacciatore: massacrati tre poliziotti, fratture multiple

«Un episodio di estrema gravità, il peggiore di tutto il periodo in cui sono stato Questore».

Cambia l’amministrazione Comunale e mutano gli assetti politici. Che Torino lascia?

«Realtà complicatissima, in cui spesso è difficile fare previsioni. A guardare i dati statistici tutti gli indici sono positivi, gli arresti sono incrementati del 28%. A Torino, anche in pieno Covid, si è continuato ad arrestare come se la pandemia non ci fosse. Questo perché molti fermati erano essenzialmente spacciatori. Per altro verso si sono abbassati gli indici di criminalità, con la diminuzione delle denunce. Una situazione tranquilla nel complesso. Eppure, ogni giorno, mi sono dovuto confrontare con problemi diffusi: degrado, disagio, aggressività urbana». Ingredienti che avete trovato nella rivolta di corso Regina. Perché è accaduta?

«Si è scatenata quando la polizia è entrata nell’edificio a effettuare la perquisizione. Molti inquilini di origine straniera, quasi tutti con gravi precedenti, hanno reagito per fare male ai poliziotti. Un atto che ha superato ogni misura. Ecco perché si è deciso di dare una risposta immediata controllando il palazzo da cima a fondo, per affermare la presenza dello Stato. E questo approccio si estenderà ad altre zone della città, per combattere criminalità e degrado». Qual è stato il momento più difficile?

«Lo sgombero del Moi. Un’operazione delicata: la forza fisica non era ammessa, altrimenti si sarebbe vanificato il programma ministeriale di integrazione. Al risultato hanno lavorato con grande competenza Digos e ufficio Immigrazione. Il resto lo hanno fatto il prefetto Palomba, la sindaca Appendino e l’arcivescovo Nosiglia. Tutte le istituzioni insieme hanno dato prova di massima efficienza. Quella è l’unica notte in cui non ho dormito». Il momento più gratificante?

«Quando abbiamo individuato gli autori delle devastazioni dei negozi in centro del 26 ottobre 2020. In un primo momento era emersa l’impressione che fosse frutto di una rivolta popolare: un’ipotesi grave da gestire. Quella sera avevo il Covid. Valutando la situazione, decisi di impiegare le Volanti per gli interventi in centro, lasciando il resto del dispositivo a difesa dei palazzi istituzionali. Fu una giusta intuizione. Quei saccheggi non avevano nulla a che vedere con la protesta di piazza, ma erano opera di microcriminalità. Le Volanti fecero i primi arresti. In seguito è intervenuta la Squadra Mobile che, con un’indagine grandiosa, ha identificato i cittadini torinesi, essenzialmente di origine magrebina, coinvolti negli episodi». Che cosa ha rappresentato l’ondata di Covid?

«Un cambio totale di strategia e di mentalità. Tutti noi avevamo paura. Abbiamo dovuto reinventarci la natura dei controlli, rivolti non solo a soggetti che delinquono ma anche ai comuni cittadini. Nel lockdown totale questo è stato abbastanza facile, quando è diventato parziale tutto si è complicato. Quei controlli però hanno inasprito i rapporti tra cittadino e istituzioni. L’uso disinvolto dei social ha aggiunto aggressività verso le forze dell’ordine. Ricordo il caso di un cittadino che ha chiamato una Volante solo per insultare gli operatori». Adesso da Prefetto sarà direttore centrale dell’Immigrazione e della polizia delle Frontiere. Un incarico impegnativo.

«Con il tema dell’immigrazione si scontrano due esigenze: l’integrazione e la repressione dell’illegalità. C’è un equivoco di fondo e l’ho visto nel caso del Cpr di Torino. Spesso ho sentito dire che gli immigrati non identificati vengono trattati come criminali. Non è vero. Nel Cpr l’80% dei trattenuti sono pluripregiudicati. Il vero guaio è che la società assimili l’idea dell’immigrato come delinquente. Questa percezione ostacolerebbe il percorso di integrazione. Un conto sono i criminali, un altro chi cerca un futuro».




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