Orsini: “Prepariamo Terza Guerra Mondiale”

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“Stiamo preparando la Terza Guerra Mondiale per i nostri bambini”. E’ un passaggio dell’intervento del professor Alessandro Orsini a Accordi & Disaccordi sul team della guerra tra Ucraina e Russia. “Non sono tanto preoccupato per me stesso, se devo morire in una guerra lo posso accettare. Sono preoccupato per i nostri figli. Se non scoppierà a causa dell’Ucraina, la terza guerra scoppierà tra 5 o 10 anni. Le dinamiche che portano le grandi guerre in Europa sono sempre le stesse. Se entriamo nell’ottica che Putin è un criminale che vuole invaderci tutti, se la terza guerra mondiale non scoppierà adesso per l’Ucraina, scoppierà per i paesi baltici o per la Finlandia”, dice il docente di sociologia del terrorismo internazionale.

Orsini, su Facebook, risponde poi a Bruno Vespa che in un’intervista ha chiarito che non inviterebbe il professore a Porta a Porta. “Caro Dottor Bruno Vespa, ci tengo a farle sapere, molto rispettosamente, che non metterei piede nella sua trasmissione per nessun motivo al mondo. Quanto ai suoi inviti alla corretta informazione, sempre rispettosamente, le confesso che guardo Porta a Porta soltanto quando mi perdo le ultime dichiarazioni del governo (di turno)”, scrive.




5 pensieri su “Orsini: “Prepariamo Terza Guerra Mondiale””

  1. Gli Stati Uniti sono molto fragili, molto più di quanto sembrino.
    Il loro crollo avverrà tra pochi decenni, sotto i colpi dei ne,gri, dei cicani, dell’estrema sinistra e, soprattutto, degli universalisti e dei traditori sinofili (Biden, Milley per citarne due)?

    ://www.huffingtonpost.it/entry/lucio-caracciolo-leuropa-si-racconta-favolette-ma-e-fuori-dai-giochi_it_61447a43e4b07ad8c8de8214/

    Noi europei siamo nei mondo dei sogni, nel senso che ci stiamo raccontando favolette. Forse era inevitabile, visto che abbiamo perso la Seconda guerra mondiale e siamo diventati in qualche modo satellite di una superpotenza che oggi si trova in una fase a mio avviso di notevole difficoltà. I motivi non sono tanto da ricercare nella sfida cinese e nell’asse dei due nemici dell’America – Cina e Russia, che ancora non si capisce perché Washington li abbia messi insieme – ma soprattutto in una crisi identitaria interna che non riguarda più unicamente la società, la politica e le istituzioni, ma il funzionamento degli apparati, aspetto che reputo molto più preoccupante. Ci sono stati negli ultimi mesi – ma anche più indietro nel tempo – segnali molto contraddittori tra le varie agenzie della sicurezza nazionale americana, tra i Servizi, il Pentagono, il Consiglio per la Sicurezza Nazionale e così via. Il disastro del ritiro afghano è esemplare di una crisi sotto questo profilo, il che – nel momento in cui si deve affrontare la Cina speriamo non in una guerra, ma in una competizione molto robusta – crea un problema di credibilità e quindi di efficienza dell’alleanza guidata dall’America.

  2. Dobbiamo salvare la nostra nazione dalla storia millenaria.

    La coscienza nazionale Italiana è stata forgiata dalle guerre puniche, le prime in cui gl’Italici hanno combattuto insieme contro lo Straniero.

    Discorso di Gaio Terenzio Varrone ai Capuani dopo Canne:
    «Bisogna quindi, o Campani, che comune voi consideriate disfatta, che una patria comune voi sappiate che si deve ora difendere.
    Non con Sanniti o con Etruschi ora è la lotta, tale che il dominio, anche se fosse tolto a noi, rimarrebbe pur sempre in Italia. Il nemico è cartaginese e neppure nativo dell’Africa; dalle più remote contrade della terra, dallo stretto dell’Oceano e dalle Colonne d’Ercole, si trae dietro una soldataglia ignara di ogni legge e legame, quasi di ogni umano linguaggio. Lo stesso comandante ha reso più crudele questa soldataglia, per natura e per costumi crudele e feroce, costruendo ponti e argini con mucchi di cadaveri umani e, fatto che ripugna anche il dirlo, insegnandole a nutrirsi di corpi umani.
    A chi, nato in Italia, non risulterebbe detestabile vedere e avere come padroni costoro, nutriti di siffatti cibi così nefandi che per noi è sacrilego persino il toccarli e chiedere legge all’Africa e a Cartagine e soffrire che l’Italia sia una provincia dei Numidi e dei Mauri?
    Sarà bello, Campani, che il dominio romano prostrato dalla disfatta sia stato ripreso e riconquistato dalla vostra fedeltà e dalle forze vostre. Trentamila fanti e quattromila cavalieri credo che si possano arruolare in Campania; vi è già abbondanza di denaro e grano. Se la vostra fedeltà è pari alla prosperità vostra, né Annibale si accorgerà di aver vinto né i Romani sentiranno di essere stati vinti.»

    Tito Livio, Storia di Roma, XXIII, 5, 11-15.

    Nel 541 Ab Urbe condita, i Romani chiedono agli abitanti di Arpi:
    «Per quale colpa dei Romani, o per quale merito dei Cartaginesi, loro, Italiani, affrontassero la guerra in favore di stranieri e di barbari [aliegenis ac barbaris] contro i Romani loro antichi alleati, e facessero l’Italia schiava e tributaria dell’Africa.»
    Ivi, XXIV, 47, 4.

    Discorso di Publio Cornelio Scipione all’Esercito:
    «Andando dietro a un giovane esaltato vengono ad attaccare la nostra Patria. E volesse il cielo che nella prova da affrontare fosse solo in gioco per voi la dignità e non la salvezza. Voi dovete combattere non per la Sicilia o per la Sardegna, che in passato erano l’oggetto della lotta, ma per l’Italia.»
    Ivi, XXI, 41, 13-14.

    1. Inoltre:

      ”Alla basa del concetto di Terra Italia, che si viene affermando durante la guerra annibalica, c’è, come hanno mostrato analisi recenti, un’unità religiosa che deriva dall’equiparazione dei prodigi avvenuti non solo a Roma ma anche in territorio italico e dall’assimilazione dei riti espiatori latini e italici eseguiti dai sacerdoti romani, in seguito alla consultazione dei libri sibillini. Alcuni episodi confermano che appunto in quegli anni si avvia il processo di elaborazione del concetto di Terra Italia in un accezione non solo più geografica, ma anche giuridico-politico e soprattutto sacrale. […] In nome di un’unità sacrale, nei momenti più difficili della Seconda Guerra punica, Roma vincolava a sé gli alleati italici, conferendo al concetto di Terra Italia, modellato probabilmente su quello più antico di terra Etruria, la precisa fisionomia di territorio comune da difendere contro l’alienigena cartaginese. Nella formula togatorum la volontà di Roma di legare a sé gli alleati avviene nel nome di un «abbigliamento comune» che sottolinea l’unità con gli Italici. E in effetti la toga era appunto abito comune si agli etruschi, dai quali i romani avevano ereditato la toga praetexta.”

      Gabriella Amiotti, Romani ”gens togata”, in Marta Sordi (a cura di), Autocoscienza e rappresentazione dei popoli nell’antichità, Vita e pensiero, Milano, 1992, p. 130.

      1. Dobbiamo prendere a modello di cittadino Catone il Giovane:

        Hi mores, haec duri inmota Catonis
        secta fuit, servare modum finesque tenere
        naturamque sequi patriaeque inpendere vitam
        nec sibi, sed toti genitum se credere mundo.
        Huic epulae vicisse famem; magnique penates
        summovisse hiemem tecto; pretiosaque vestis
        hirtam membra super Romani more Quiritis
        induxisse togam; Venerisque hic maximus usus,
        progenies; Urbi pater est Urbique maritus,
        iustitiae cultor, rigidi servator honesti,
        in commune bonus; nullosque Catonis in actus
        subrepsit partemque tulit sibi nata voluptas.

        Questi i costumi, questa la linea immutabile di condotta
        del duro Catone: conservare la misura, rispettare i limiti,
        seguire la natura, spendere la vita per la patria
        e ritenere di non essere nato per sé ma per il mondo intero.
        Per lui un banchetto era vincere la fame, una casa lussuosa
        un tetto per ripararsi dalle intemperie e preziosa veste
        coprirsi le membra con una toga ruvida secondo l’uso
        del Romano Quirite e fine ultimo dell’amore la prole,
        per l’Urbe padre e per l’Urbe marito,
        amante della giustizia, custode della rigida onestà,
        integro nell’interesse di tutti; in nessun atto di Catone
        si insinuò e ottenne una parte il piacere rivolto solo a se stesso.

        Lucano, La guerra civile, versi 380-91

        (traduzione di Lucio Cristante)

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