Mafia etnica sta occupando l’Italia: “Ong straniere collaborano coi trafficanti contro l’Italia”

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In questi anni autorità militari e di pubblica sicurezza, fino ai più alti livelli, hanno avvisato della presenza sui barconi di soldati delle mafie etniche. E di collaborazioni tra ong e trafficanti di clandestini.

Il Direttore della DIA, Maurizio Vallone e l’allarme criminalità etnica.

Costituita da organizzazioni eterogenee per origini, caratteristiche strutturali e modalità operative, la criminalità etnica rappresenta, invece, nel complesso panorama nazionale, una componente rilevante e in continua ascesa. Sono ormai numerosi i pronunciamenti giudiziari che hanno riconosciuto nella struttura e nell’operatività criminale dei sodalizi stranieri le connotazioni tipiche dell’organizzazione e dell’agire mafioso. In tal senso, la Corte di Cassazione si è da tempo espressa nei confronti di strutture cinesi, dei cults nigeriani nonché, più di recente, anche con riguardo ad una compagine di matrice romena al termine di un articolato percorso giurisprudenziale. Il core business dei gruppi stranieri in Italia è incentrato sul traffico di droga ma è significativo per dimensioni e pericolosità anche il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, finalizzato all’avvio di donne alla prostituzione, alla destinazione di soggetti di ambo i sessi al lavoro nero e all’accattonaggio forzoso. I sodalizi di matrice etnica si dedicano anche al traffico di armi e di merce contraffatta nonché ai reati contro il patrimonio.

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Ormai presenti in quasi tutte le regioni, i gruppi criminali stranieri stanziali interagiscono con i sodalizi italiani in maniera diversa a seconda del territorio. Al Centro-Nord la criminalità etnica si muove in modo indipendente, divenendo talvolta egemone in ambiti territoriali più o meno estesi, ovvero realizza accordi funzionali con la delinquenza nazionale con la quale opera su un piano paritetico o come intermediario nella fornitura di merci e servizi. Nelle regioni del Sud le consorterie etniche operano in via subordinata ovvero con l’assenso della mafia locale, talvolta attraverso la dazione di un quantum. Ciò non esclude, ovviamente, come anche le matrici mafiose tradizionali accettino di operare su un piano paritetico nei “rapporti d’affari” intrattenuti con organizzazioni straniere nell’ambito dei traffici transnazionali fortemente sviluppati, soprattutto in materia di armi e di stupefacenti. Nel narcotraffico sono innanzitutto le organizzazioni albanesi a qualificarsi quali attori particolarmente affidabili ed ormai pienamente affermati sullo scenario internazionale. Ciò anche poiché sono in grado di movimentare ingenti quantità di cocaina e eroina attraverso la cooperazione di connazionali presenti in madre-patria, nel Centro-America e in altri paesi europei, specie nei Paesi Bassi, ponendosi spesso in affari, nella veste di affidabili intermediari, con la mafia calabrese, campana e siciliana o con altre matrici criminali. Risultano, inoltre, coinvolte nella gestione e nella spedizione, via mare, di imponenti carichi di marijuana, di cui l’Albania è Paese produttore, spesso in accordo con la criminalità pugliese. In tali ambiti criminali rivestono un ruolo di rilievo, per il particolare spessore criminale che li contraddistingue, i cults nigeriani, spesso tra loro contrapposti, ma accomunati da un modus operandi comune, riconducibile ai riti woodoo e ju-ju, utilizzati dai gruppi per la coercizione, psicologica e fisica, dei sodali e delle giovani donne reclutate in Nigeria e nei paesi limitrofi, queste ultime forzate alla prostituzione in Italia. Diverse inchieste giudiziarie rivelano come le rotte della tratta di esseri umani prevedano tappe ben definite, spesso coincidenti con quelle del commercio illegale di armi, stupefacenti e tabacco, prima, nelle “connection houses” in Libia e, successivamente, nei centri di accoglienza in Italia.

“Le navi delle ONG incoraggiano i tentativi di attraversamento più pericolosi e violano una serie di leggi”: ormai da anni, l’ammiraglio italiano in riserva Nicola De Felice, che ha guidato il comando navale italiano in Sicilia negli anni dal 2015 al 2018 al culmine della crisi dei clandestini, denuncia la complicità delle organizzazioni cosiddette ‘umanitarie’ nel traffico di clandestini verso l’Italia.

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Anche i giornali stranieri riportano ora le denunce dell’ammiraglio. Sia quelli europei che africani.

Le ONG europee “collaborano con i trafficanti di esseri umani e violano il diritto internazionale in mare”, secondo le sue dichiarazioni, riportate dai media dell’Europa centrale, tra i quali “REMIX”.

In un articolo pubblicato all’inizio del mese, De Felice reagisce all’arrivo di 265 “naufraghi a pagameto” a bordo della nave della Ong spagnola Open Arms nel porto siciliano di Porto Empedocle. “Ancora una volta”, scrive, “il ricatto di aver mostrato a bordo della nave pochi minori ha suscitato una solidarietà – ipocrita e benevola – da parte del debole governo italiano che, nonostante i problemi legati alla pandemia e le difficoltà che il popolo italiano deve affrontare, tiene aperti i porti, favorendo così l’afflusso incontrollato di immigrati clandestini”.

Le ONG come Activa Open Arms (Spagna) non solo incoraggiano il traffico di esseri umani e contribuiscono ad aumentare il numero di morti per annegamento, spiega l’ex capo del comando della Marina in Sicilia, ma violano anche tutte le leggi internazionali in materia di salvataggio in mare, inclusa la Convenzione di Amburgo sul Ricerca e salvataggio marittimo. Non chiedono, infatti, mai al Paese competente, che non è l’Italia, di indicare loro il “porto sicuro” più vicino, come ad esempio i porti tunisini, nota il Contrammiraglio, pieni di navi da crociera Europee prima del Covid-19. (…)

Secondo l’ammiraglio della Marina Militare italiana, fermare l’immigrazione clandestina sulla rotta del Mediterraneo centrale sarebbe possibile se Germania, Francia e Italia fossero disposte ad agire insieme in questa direzione. (…)