Famiglia tunisina arrivata col barcone si arricchisce spacciando: “Grazie Lamorgese!”

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Gli spacciatori tunisini arrivano coi barconi, scaricati in Italia dalle Ong in collaborazione con la cosiddetta Guardia Costiera. E qui si arricchiscono.

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Dalle strade polverose di Tunisi in sella a un motorino scassato, alle boutique padovane. Dalle foto coi guantoni da boxeur nella palestra con le pareti scrostate in Nordafrica, a quelle con l’atteggiamento da boss in piazza Duomo a Milano. È così che gli amici rimasti in patria vedono attraverso il filtro di Facebook la scalata al benessere dei due fratelli Ben Razak, Skander e Mohamed Amine. Scalata conquistata non con il duro lavoro, ma mettendo in piedi un’associazione per delinquere dedita allo spaccio di cocaina e hashish. E i due fratelli erano pronti a usare la violenza, anche ad ammazzare, pur di imporsi sulla piazza della droga padovana e conquistare il “territorio”, espandendosi dall’Arcella alla Guizza. Un “impero” crollato venerdì, quando la Squadra mobile, coordinata dalla Dda di Venezia, ha stretto le manette ai polsi ai due Ben Razak e ad altre 19 persone, compresi i loro genitori che avevano arruolato per continuare a comandare la banda anche mentre loro due erano in cella. Mamma e papà Ben Razak, infatti, prendevano istruzioni dai figli su come gestire il giro di droga quando andavano a trovarli in carcere.

Il benessere ostentato su Facebook serviva ai due per attrarre in Italia nuove forze. Dal 2018, quando hanno iniziato a lavorare nel business degli stupefacenti, fino alla loro cattura, avevano fatto giungere numerosi altri associati direttamente dalla Tunisia, a cui venivano assicurati vitto e alloggio e, in caso di necessità, anche l’assistenza legale. Tra questi arrivati dal Nordafrica c’era anche un terzo fratello, entrato illegalmente in Italia nell’aprile del 2019 e istruito sul lavoro da svolgere, seppure non proprio ritenuto all’altezza del compito. Perché, se è vero che il lavoro sporco lo lasciavano ai “cavallini” (i piccoli spacciatori) e ai picchiatori, pronti a lavare nel sangue offese e tradimenti, la gestione del clan era sempre un “affare di famiglia”.

Ma anche i due fratelli Ben Razak erano pronti a sporcarsi le mani, tanto che Skander è finito in carcere (una pena di 6 anni) per tentato omicidio. Era stato lui il 5 novembre 2018 ad affondare più volte un coltello nella coscia e alla gola di un rivale a San Carlo.

In meno di 24 ore gli agenti della Mobile erano riusciti a scovarlo. Skander Ben Razak, pregiudicato, protagonista di un accoltellamento anche nel maggio dello stesso anno, era stato arrestato non solo per il tentato omicidio, ma anche per resistenza a pubblico ufficiale, detenzione di sostanza stupefacenti, lesioni e denunciato per estorsione nei confronti della quarantenne padovana, che era fidanzata con un suo amico, che inizialmente l’aveva accolto in casa. Ben Razak le occupò l’abitazione cacciando la proprietaria. Si era nascosto nell’appartamento e, alla vista degli agenti, per sfuggire alla cattura, ha spruzzato contro di loro uno spray tossico e, dopo aver gravemente ferito a una mano un poliziotto, aveva tentato la fuga calandosi dal un terrazzo e raggiungendo quello del piano inferiore. Lo straniero si arrese solo quando gli agenti gli hanno intimato l’alt mostrandogli il taser. Da questo episodio è partita l’indagine della Mobile che ha portato ai 21 arresti.

Un’operazione antidroga della polizia di Padova, coordinata dalla Dda di Venezia, contro un’associazione per delinquere gestita da tunisini ha portato all’arresto di 21 persone che vivono tra Padova, Abano Terme, Rubano, San Giorgio delle Pertiche e Vigonza.

La Squadra Mobile euganea ha accertato che i componenti l’associazione acquistavano con cadenza periodica partite di cocaina e hashish che venivano vendute a una vasta e stabile cerchia di clienti (oltre 230 quelli verificati).

L’indagine è iniziata nel 2018 dopo il ferimento a Padova di un tunisino da parte di alcuni suoi connazionali. Aggressione che risultò collegata ad altri analoghi episodi, verificatisi nello stesso giorno: un tentato omicidio all’Arcella; altri due accoltellamenti in un’altra zona di Padova.

Gli investigatori individuarono poi gli autori del tentato omicidio e delle altre aggressioni, tutti ora in carcere, sequestrando in un appartamento cocaina e hashish, denaro e varie armi (alcune bombole spray di gas lacrimogeno, uno storditore elettrico tipo taser, manganelli in ferro e numerosi coltelli e pugnali di varie fogge e dimensioni).

Emerse quindi che le aggressioni erano parte di una “spedizione punitiva”, inserite in una “escalation” di scontri e rappresaglie riconducibili a una vera e propria “guerra” tra bande rivali di spacciatori tunisini per il controllo del territorio. Tra gennaio e febbraio 2019 vi furono altre risse dove i contendenti si erano affrontati con mazze, spranghe, coltelli, machete e “bombole” di gas lacrimogeno.

Nel frattempo la polizia aveva ricostruito il ruolo di ognuno nell’organizzazione e a individuare la rete dei clienti.

I capi erano due fratelli tunisini i quali avevano coinvolto e ‘arruolato’ anche altri familiari (i propri genitori e fratelli), e reclutato numerosi altri associati, alcuni fatti giungere in Italia dalla Tunisia, assicurando loro vitto, alloggio e assistenza legale. Inoltre furono cooptati vari spacciatori, integrandoli nell’associazione.

Chi sgarrava veniva estromesso dal gruppo e, in casi più gravi, punito severamente.

Il guadagno dello spaccio era spartito tra tutti, speso per l’acquisto di altra droga o reinvestito all’estero. Nel corso del 2018 e 2019 uno degli indagati ha mandato centinaia di migliaia di euro in Tunisia per l’acquisto di beni immobili ed attività commerciali