Islamico rivendica stupri di piazza: “Per noi lo stupro è normale”

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Per i musulmani lo stupro è un effetto del jihad. Per questo anche quanto accaduto a Milano è parte del jihad migratorio.

“L’Islam insegnato dal profeta non è compatibile con la democrazia”. E’ onesto, Mohamed Abrini, il jihadista marocchino e belga per ius soli coinvolto negli attentati del Bataclan e dell’aeroporto di Zaventem.

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È qui che lo scorso settembre si è aperto il processo per gli attentati islamici del 13 novembre 2015 in cui persero la vita 130 europei. Gli imputati alla sbarra sono venti. Tra loro c’è Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto del commando che fece strage alla sala concerti del boulevard Voltaire, allo Stade de France e in diversi bar e ristoranti della capitale francese. È risultato positivo al Covid e per questo il suo interrogatorio è stato rinviato.

Nel frattempo, ad essere ascoltato dal presidente della Corte speciale, Jean-Louis Périès, è il 37enne amico di infanzia di Salah, che accompagnò il carnefice del Bataclan a Parigi per compiere il massacro. Per i giudici non è affatto una figura di secondo piano. Oltre ad essere stato complice dei fratelli Abdeslam negli attentati di Parigi è accusato di far parte anche della cellula che organizzò l’attacco del 22 marzo 2016 all’aeroporto di Bruxelles Zaventem, dove morirono 32 persone. È il “terzo” terrorista islamico, quello ripreso dalle telecamere di sicurezza mentre si allontana dai terminal con un cappello in testa, arrestato l’8 aprile dello stesso anno ad Anderlecht, poco fuori la capitale belga.

Non si pente di nulla Abrini, anzi. Spiega, con onestà, cosa è l’Islam, una religione incompatibile con la democrazia e le società occidentali: “La sharia – spiega – è la legge divina ed è al di sopra della legge degli uomini”. E se fosse libero, aggiunge, andrebbe a vivere “in un Paese dove viene applicata la legge islamica”. Oppure combatterebbe per trasformare il Belgio in uno di quei Paesi.

“Quello che per voi è radicale, per me – incalza – è l’Islam normale”. Originario di Berchem-Sainte-Agathe, una di quelle periferie di Bruxelles dove Mohammed è il primo nome all’anagrafe, prima di diventare un terrorista entra ed esce di galera per piccoli furti e reati comuni. Ogni tanto lavora come tecnico o cameriere.

Come i figli degli immigrati degli stupri di Capodanno a Milano.

Frequenta tutti i giorni il bar Les Béguines di Molenbeek gestito dai fratelli Abdeslam, che allora erano interessati solo al traffico di droga. È qui che conosce quello che sarà il coordinatore degli attacchi del 13 novembre, Abdelhamid Abaaoud, assieme ad un altro jihadista, Ahmed Dahmani. “All’epoca (nel 2014) – ha raccontato rispondendo alle domande di Périès – ogni giorno c’era un nuovo video di propaganda”. “È come per i giovani che seguono le serie su Netflix, vogliono conoscere cosa succede dopo”. Peccato che, nel caso specifico, si trattasse di filmati di esecuzioni. Sono 6.628 le immagini di propaganda radicale rinvenuti dagli inquirenti sul suo cellulare.

Nello stesso anno, il 2014, mentre è in carcere scopre che il fratello minore, Souleymane, partito per combattere in Siria sotto le bandiere dello Stato Islamico, è stato ucciso. A quel punto Abrini inizia a frequentare le moschee, a leggere il Corano. Torna alle origini, come fanno gli immigrati musulmani di seconda e terza generazione.

Pensa che dovrebbe arruolarsi anche lui per combattere gli infedeli. Ed in Siria ci va davvero, dal 23 giugno al 9 luglio del 2015, qualche mese prima di accompagnare i fratelli Abdeslam a Parigi per uccidere in nome di Allah. È lui ad ammetterlo davanti ai giudici nel nuovo interrogatorio che si è tenuto lo scorso 12 gennaio.

“È andato lì per combattere un regime corrotto, quello di Bashar al Assad”, dice a proposito di suo fratello. Alleato dei governi americani ed europei, aggiungiamo noi.

Non importa se la brigata di cui faceva parte è stata protagonista di crimini efferati, anche contro i civili: “È la guerra, è così, è un dovere di tutti i musulmani fare la jihad”. “Il jihad fa parte dell’Islam. È un dovere proteggere gli oppressi. Il jihad è un dovere per tutti i musulmani, anche se si trasforma in guerra di conquista”. “Quelli che si fanno esplodere sono una risposta ai bombardamenti”. “Al punto da prendersela con le persone che siedono nelle ‘terrasse’ o cha ascoltano un concerto?”, obietta il presidente della Corte.

“La guerra è così, – prosegue Abrini – ci sono state delle decapitazioni anche in Francia. Voi stessi avete decapitato il vostro re”. Anche lo stupro delle donne ‘infedeli’ per il musulmano condannato all’ergastolo non è da biasimare. “Voi lo chiamate stupro, ma è una cosa che succede in tutte le conquiste. Quando si tratta di Alessandro Magno o di Napoleone, gli storici li chiamano programmi di natalità. Io accetto tutto questo, come voi accettate tutta la storia francese, con le sue pagine luminose e le sue pagine buie”.

Quando il presidente gli chiede se è necessario farsi esplodere per uccidere il maggior numero possibile di infedeli, come ha scritto nel suo giuramento di fedeltà allo Stato Islamico, Abrini dice di non essere capace di farlo. “Ma sono pronto a prendere le armi, – aggiunge – ad andare a combattere. Gli attentati sono la risposta ad una violenza”. “Non ho ucciso nessuno, non ero in Francia”, è però la sua difesa. Una frase ripetuta fino all’ossessione durante tutta l’udienza. Per le stragi, però, nessuna parola di condanna. E per le vittime, nessuna pietà.




8 pensieri su “Islamico rivendica stupri di piazza: “Per noi lo stupro è normale””

  1. In Algeria anni fa ne ho visto uno ucciso a cui avevano strappato i coglioni, tanto é normale dalle loro parti.

  2. Ecco vedete? “… è onesto il jihadista marocchino… ” e poi ancora sotto si ribadisce il concetto di onestà. Forse volevate dire “obiettivo” ma non mi pare che abitualmente vi manchi la proprietà lingustica. I termini in certe circostanze hanno un peso e associare l’onestà che ha come sinonimi: gentilezza, nobiltà d’animo, rettitudine… a un pluriomicida mi pare davvero troppo.

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