Migrante islamico crocifigge bimba di 5 anni: “Era infedele”

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Il migrante era tornato in Germania con la moglie tedesca, già condannata per lo stesso crimine.

Il tribunale di Francoforte ha condannato per genocidio e crimini di guerra Taha al-Jumailly, 29 anni, ex militante dello Stato Islamico che aveva ridotto in schiavitù, insieme alla moglie, sia la piccola che la madre. A fine ottobre la sua coniuge era stata condannata a 10 anni di carcere per lo stesso episodio.

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Passerà il resto della vita in carcere per essersi macchiato di un crimine terribile: aver lasciato morire una bambina yazida di appena 5 anni incatenata sotto il sole di Falluja, in Iraq. Il tribunale di Francoforte ha condannato per genocidio e crimini di guerra Taha al-Jumailly, 29 anni, ex militante dello Stato Islamico che, insieme alla moglie, aveva ridotto in schiavitù sia la piccola che la madre. Proprio la coniuge dell’estremista, Jennifer Wenisch, una foreign fighter tedesca di 30 anni, è stata condannata a 10 anni di prigione il 25 ottobre scorso per non essersi opposta al crimine dell’uomo: per questo è stata giudicata colpevole di supporto di un gruppo terroristico, concorso in tentato omicidio e in tentati crimini di guerra e per crimini contro l’umanità.

Nora T., la madre della bambina, e la piccola sono state acquistate e rivendute dai miliziani delle Bandiere Nere più volte, come molte altre donne yazide nelle ex terre del Califfato. Trasferimenti a cui sono seguiti sempre soprusi, violenze e stupri da parte dei terroristi. Poi, “acquistate” da al-Jumailly e la moglie, sono state nuovamente ridotte in schiavitù. Un giorno, però, la piccola ha bagnato il letto. Un evento che l’uomo decise di punire duramente: prima costrinse la madre a rimanere a piedi nudi sul terreno ardente dell’Iraq, nelle ore più calde del giorno, quando fuori la temperatura tocca i 50 gradi. Poi, ha preso la piccola e l’ha incatenata all’aperto, all’intelaiatura della finestra di casa, con le braccia sopra la testa e i piedini che non riuscivano a toccare terra.

Le temperature infernali dell’Iraq hanno presto ridotto la piccola in condizioni critiche. Quando l’uomo si è accorto che la bambina stava morendo, l’ha prima riportata in casa ma, vedendo che non apriva la bocca per bere, ormai disidratata, ha deciso di trasportarla in ospedale dove poi è morta.

Dove si trovi il corpo della bambina, però, non si sa. Si scoprirà che al-Jumailly è riuscito a convincere i suoi carcerieri – era stato condannato anche dal tribunale di ISIS per il crimine – a rilasciarlo per scappare in Turchia dove si è riunito alla famiglia. Anche Wenisch lo aveva seguito e si era fatta raggiungere dalla madre: ha poi tentato di richiedere i documenti all’ambasciata tedesca, dove però è stata arrestata e successivamente rimpatriata in Germania, dove partorirà la figlia di al-Jumailly.

Ha comunque vinto lui. Sarà mantenuto a vita dai contribuenti tedeschi di cui ha ingravidato una connazionale. Il suo l’ha fatto.

Resta un questione: ovviamente la condanna è troppo lieve, ma è giusto che un tribunale tedesco si arroghi il diritto di processare uno straniero per un reato commesso all’estero? No, non lo è, perché non rispetta il concetto di tribunale naturale. Un domani la Svezia potrebbe processare un italiano perché ha rifiutato le avance di un vichingo omosessuale.




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