Felix, prima la Roma lanciava Totti oggi piccoli africani: perché investire su talenti italiani quando puoi importarli a basso costo?

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Il campionato italiano, nella sua decadenza, somiglia sempre più a quello francese degli anni ’80. Una sorta di Coppa d’Africa. Lo dimostra anche il caso più recente, quello del giovanissimo attaccante ghanese della Roma, Felix.

Perché investire su giovani talenti italiani quando puoi importarne migliaia a basso costo dagli slum africani? I costi a confronto sono irrisori, e soprattutto se sei un fondo americano è questo che ti interessa: generare profitto comprando a poco e rivendendo a tanto.

Se non ci sono regole che impongono una presenza minima di italiani in squadra, il futuro sarà dei Raiola che vanno a razziare i villaggi africani in cerca di futuri calciatori. Quando non vengono direttamente loro con i barconi attratti da un futuro che poi non c’è.

Quello che accade nel calcio accade anche nella società: perché investire in tecnologia o aumentare gli stipendi quando puoi tranquillamente importare manodopera a basso costo dal terzo mondo? Tanto poi vitto e alloggio lo pagano gli italiani:

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Poi lamentatevi dell’assenza di un attaccante in nazionale. Chiede al governo come mai c’è una legge che dimezza le tasse che una società paga se il professionista è straniero invece che italiano.

C’è poi un problema intrinseco: gli africani subsahariani, quelli che un tempo si potevano categorizzare come ‘negri’, maturano prima degli europei, un 17enne subsahariano è morfologicamente maturo come un 21enne europeo. Questo per complessi motivi evolutivi che non stiamo a spiegare qui. Questa precoce maturazione, che già inizia nella gestazione, poi decade molto in fretta fino ad una morte precoce. Ovviamente il ‘precoce’ è sempre in relazione ad altre razze, come quella bianca e quella ‘gialla’.

Questo porta ad errori di valutazione negli sport, con una costante negrizzazione. Come vediamo accadere nei Paesi ad alta incidenza di immigrati subasahariani di seconda e terza generazione. E come insegna il caso Balotelli, esploso a 17 anni e poi imploso quando gli altri esplodono. Non per colpa sua, ma per questioni naturali.

Se vogliamo salvare il calcio italiano – ma lo stesso vale per tutti gli ambiti della società – dobbiamo imporre una presenza minima di giocatori italiani che dovrebbe essere di almeno 8 elementi in campo – si può arrivare a questo numero a salire anno dopo anno – e si deve andare a cercare i Jorginho e i Messi in Sudamerica. Abbiamo un imponente serbatoio di sangue italiano a cui attingere.




2 pensieri su “Felix, prima la Roma lanciava Totti oggi piccoli africani: perché investire su talenti italiani quando puoi importarli a basso costo?”

  1. “Chiede al governo come mai c’è una legge che dimezza le tasse che una società paga se il professionista è straniero invece che italiano.”: sinceramente questa non la sapevo. Se è vero, si spiegano tante cose. Non solo le devianze sessuali di chi li ingaggia a cui chiaramente piacciono i giovanotti ne(g)ri, ma anche perché in un certo senso risulta fiscalmente più conveniente ingaggiare uno straniero anziché un italiano.

    Dovrebbe intervenire la politica. Ma quale politica, dato che l’immigrazionismo è un elemento trasversale? A sinistra vogliono il più alto numero di immigrati possibile, clandestini o regolari che siano, a “destra” vogliono solo immigrati regolari.

    Siamo fottuti, e come viene giustamente sottolineato nell’articolo, non stupiamoci se la Nazionale non ha un centravanti, ma si affida ancora a Immobile, che ha superato i 30 anni e in maglia azzura ha dimostrato molti limiti.

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