Attivista pro-migranti bastona agenti, la sinistra: “Sii fiero”

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Moni Ovadia, l’ebreo anti-israeliano che il sindaco leghista di Ferrara ha scelto come capo del teatro cittadino, approva le bastonate dell’attivista pro-migranti contro

Emilio Scalzo, l’attivista No Tav e pro migranti arrestato lo scorso 15 settembre, lo tratteremo con gli stessi guanti bianchi con cui vorremmo venissero trattati tutti gli imputati. Ma una cosa è attendere il processo dello storico volto della Val di Susa, accusato di aver aggredito un gendarme francese durante un corteo. Un’altra è trasformarlo in un simbolo, in un santo, quasi nel Cristo crocifisso in croce.

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Ieri sera Moni Ovadia, barba bianca d’ordinanza e camicia, si trovava in Val di Susa per ritirare il premio Bruno Carli lui assegnato dal Valsusa Filmfest agli esponenti di “realtà impegnate in difesa dei diritti e dell’ambiente”. Roba di ristrettissima osservanza progressista: lo stesso prestigiosissimo riconoscimento (si fa per dire) era stato riservato anche ai ragazzi di Friday For Future (per intenderci, i seguaci di Greta Thumberg) e al Comitato Giovani No Tav. Dicevamo, insomma, che ieri sera mentre presentava il suo ultimo libro, il “noto attore teatrale, drammaturgo, scrittore, compositore e cantante”, nonché “difensore dei diritti e delle libertà”, ha trovato ventitre secondi di tempo per inviare un suo sentito messaggio ad Emilio. Il No Tav avrebbe aggredito un agente? “Sii fiero di te”, gli dice Ovadia, perché “hanno sempre arrestato i giusti: uno 2mila anni lo hanno crocifisso. Sii fiero di te, molto fiero”.

Ora, tutto si può dire tranne che sia impossibile che un No Tav-no border abbia menato le mani con un gendarme. Voglio dire: ricordate a Milano contro Expo? Oppure gli assalti al cantiere di Chiomonte? O ancora i poliziotti disturbati sotto gli hotel che li ospitano? E i feriti tra le forze dell’ordine? Ecco: alla luce di questi ricorrenti fatti di cronaca, paragonare un No Tav a Cristo sembra davvero troppo. Giusto per dare un’idea degli stinchi di santo di cui stiamo parlando, basta far correre la memoria ad un paio di episodi. Più o meno gravi. Un annetto fa i No Tav riuscirono a cacciare gli agenti dal ristorante in cui stavano consumando il pasto facendoli indietreggiare lungo le viuzze di un paesino. I manifestanti accompagnarono la “grande ritirata” con grida di sostegno del tipo “dovete scappare bastardi”, “salite merde” e “andate fuori dal cazzo”. Senza dimenticare educatissimi epiteti del tipo “servi” e “coglioni”. In alternativa, basta farsi una ricerca su Google, rapida e indolore, per capire l’antifona: un mese fa due ore di attacchi e tre poliziotti feriti, sei blindati danneggiati e un mezzo dell’esercito distrutto. Ad aprile un vicequestore ferito al petto da una pietra. A luglio del 2020 invece per bloccare la polizia qualcuno seminò dei chiodi lungo l’autostrada, rischiando la strage.

Avere lasciato la questione NoTav alla sinistra globalista, quando è invece una grande questione di difesa del territorio dall’aggressione della globalizzazione e dell’affarismo, è stato un grosso errore. Invece di una battaglia identitaria è diventato mero teppismo da centro sociale. In cui gente confusa pro-immigrazione si schiera contro la Tav – che dovrebbero invece sostenere perché fautrice di quel ‘progresso’ che scardina le identità – solo perché c’è da fare casino e bastonare i poliziotti.




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