L’immigrato che ha seppellito viva Elena è libero: le vite degli italiani non contano

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“Ha pagato”, dicono, i conti con la giustizia, pochi mesi e Chamile Ponnamperumage Wimal, il giovane cingalese che nell’estate 2006 uccise la studentessa italiana 24enne Elena Lonati nella chiesa di Santa Maria a Mompiano, dove faceva il sacrestano, sarà libero: dopo nemmeno quattordici anni. Così poco vale la vita di una ragazza italiana.

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L’immigrato era stato condannato a 18 anni e 4 mesi per l’omicidio. Ma è uscito dal carcere già due anni fa: negli ultimi due anni rientrava in cella solo la notte. Ora non più.

“La pandemia ha accelerato la conversione della semilibertà in affidamento in prova – spiega l’avvocato Marco Capra, che assiste Chamile, per gli accoglioni Camillo, dall’epoca del delitto – Il provvedimento, concesso provvisoriamente durante il periodo di lockdown, è stato confermato lo scorso giugno. Pochi mesi ancora, e avrà scontato tutto. È sempre stato un detenuto modello: giusto che abbia la possibilità di reinserirsi e di riabilitarsi”.

Mite, di poche parole, Chamile, oggi 37enne, lavora come cuoco in una cooperativa.

La vita della famiglia di Elena, in tasca un diploma da operatrice sociale, cambiò per sempre nella tarda mattinata del 18 agosto 2006. Era mezzogiorno e Chamile, raccontò lui il giorno seguente costituendosi, stava per chiudere il santuario. La studentessa entrò all’ultimo minuto per accendere una candela. Tra i due nacque un battibecco. Il sagrestano spiegò che l’aveva più volte invitata a uscire, ma lei si sarebbe attardata. Una discussione, una spinta e la giovane cadde all’indietro, finendo con la testa sull’appoggiapiedi di un banco. A quel punto Chamile credendo Elena morta, quando in realtà era solo svenuta, la impacchettò con sacchi di plastica e nastro adesivo, girando lo scotch su bocca e collo della giovane, e trascinò il corpo su una scala di un pulpito: la studentessa morì soffocata.

Certo, chi non metterebbe lo scotch in bocca ad una morta per non farla gridare.




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