Natalità, culle italiane vuote: in dodici anni persi il 30% dei bambini

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Ma secondo i rapper del condominio l’emergenza in Italia sono gli omosessuali.

Natalità, sempre più culle vuote. La drammatica fotografia dell’Istat: in dodici anni il 30% in meno. Non sarebbe un problema se non ci fosse immigrazione: che non è la soluzione alla denatalità, è un aggravante del problema. Visto che è l’immigrazione, insieme alla globalizzazione, ad abbassare il costo del lavoro e ad ingolfare i servizi per le famiglie: case, asili e sussidi.

Natalità ancora in calo in Italia, con i decessi che superano le nascite. Dai dati provvisori emerge infatti che le nascite risultano pari a 404mila mentre i decessi raggiungono il livello eccezionale di 746mila. Ne consegue una dinamica naturale (nascite-decessi) negativa nella misura di 342mila unità, si legge nel report dell’Istat sugli indicatori demografici 2020. Si registrano, in sostanza, 7 neonati e 13 decessi per mille abitanti.

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Il 2020, spiega l’Istat nel report, segna l’ennesima riduzione delle nascite che sembra non aver fine. Nel volgere di 12 anni si è passati da un picco relativo di 577mila nati agli attuali 404mila, ben il 30% in meno. Alla contrazione dei progetti riproduttivi, con un tasso di fecondità totale sceso lo scorso anno a 1,24 figli per donna da 1,27 del 2019 (era 1,40 nel 2008), si accompagnano anche deficit dimensionali e strutturali della popolazione femminile in età feconda, che si riduce nel tempo e ha un’età media in aumento.

ISTAT: Italiani muoiono e vengono sostituiti dagli immigrati

Se si fosse procreato con la stessa intensità e con lo stesso calendario di fecondità del 2019, quando si registrarono 420mila nascite, nel 2020 se ne sarebbero osservate circa 413mila, anziché 404mila. Dunque, il solo effetto strutturale legato al processo di invecchiamento della popolazione femminile in età feconda porta una riduzione, a parità di condizioni, di almeno 7mila nascite. L’ulteriore calo di 9mila sul 2019 è invece frutto della reale contrazione dei livelli riproduttivi espressi.

Su queste dinamiche, che da anni vanno ripetendosi costituendo la questione di punta della demografia nazionale, gli effetti della pandemia hanno potuto manifestarsi, nel caso, soltanto con riferimento al mese di dicembre 2020. Infatti, occorre considerare che l’impatto psicologico di Covid, così come le restrizioni adottate, hanno avuto un impatto sulle scelte riproduttive soltanto a partire da marzo.

Ciò è quanto lascia supporre anche l’andamento delle nascite per singolo mese del 2020, messo a confronto con il 2019. In particolare, a eccezione di febbraio, i nati mensili nel 2020 sono sempre sotto quelli del 2019, a conferma del prosieguo della tendenziale riduzione avviata negli ultimi anni.

Avere figli, sottolinea l’Istat nel report, rappresenta sempre più una scelta posticipata e, in quanto tale, ridotta rispetto a quanti idealmente se ne desiderano. L’età media al parto ha raggiunto i 32,2 anni (+0,1 sul 2019), un parametro che segna regolari incrementi da molto tempo (30,8 nel 2003 e 31,1 nel 2008). In questo quadro, oggi è del tutto usuale che la fecondità espressa dalle donne 35-39enni superi quella delle 25-29enni o che le ultraquarantenni stiano progressivamente avvicinandosi ai livelli delle giovani under25.

La riduzione della natalità, evidenzia l’Istat, interessa tutte le aree del Paese, da Nord a Sud, salvo rare e non significative eccezioni. Sul piano regionale le nascite, che su scala nazionale risultano inferiori del 3,8% sul 2019, si riducono dell’11,2% in Molise, del 7,8% in Valle d’Aosta, del 6,9% in Sardegna. Tra le province, a riprova di un quadro generale piuttosto critico, sono soltanto 11 (su 107) quelle in cui si rileva un incremento delle nascite: Verbano-Cusio Ossola, Imperia, Belluno, Gorizia, Trieste, Grosseto, Fermo, Caserta, Brindisi, Vibo Valentia e Sud Sardegna.

La regione più prolifica è il Trentino-Alto Adige con 1,52 figli per donna, in calo da 1,57 del 2019. Sotto il livello di 1,2 figli per donna si trovano soltanto regioni del Centro-sud. Una situazione decisamente sfavorevole è nelle aree a maggiore declino demografico, che, al contrario, avrebbero grande necessità di invertire le tendenze in corso. In Umbria, Abruzzo, Molise e Basilicata si è molto più prossimi al livello di rimpiazzo della sola madre (cioè a un figlio per donna) che non, idealmente, a quello della coppia di genitori (due figli). Anche in Sardegna (0,95 figli per donna), per il secondo anno consecutivo non si coglie nemmeno l’obiettivo minimo di rimpiazzare almeno un genitore.

In questo panorama, tutt’altro che favorevole, l’unica realtà territoriale che si differenzia dalle altre è la provincia di Bolzano che, con 1,69 figli per donna, detiene il primato della più alta prolificità, seguita ad ampia distanza dalle province di Gorizia (1,42), Palermo e Catania (1,38), Ragusa e Cuneo (1,36) e Trento (1,35). Nel complesso sono 62 (su 107) le province con un livello di fecondità sotto la media nazionale (1,24), segno di una evidente asimmetria a sinistra della distribuzione, con quattro delle cinque province sarde sotto il livello di un figlio per donna e la quinta, Nuoro, che si ferma a 1,01.

Gandolfini (Family Day): «Dati impressionanti»

Per Massimo Gandolfini, fondatore dell’associazione Family Day, «purtroppo questi dati Istat sono impressionanti». Parlando con l’Adnkronos ha spiegato: «È un trend nato da parecchi anni ed è una conferma pericolosa. Si rischia il suicidio delle nostre caratteristiche, delle nostre origini e della nostra italianità. Rischiamo tra 50 anni di aver perso completamente queste caratteristiche”.

Per Gandolfini «le ragioni per le quali gli italiani hanno paura di procreare sono sintetizzabili fondamentalmente in tre passaggi: ragione economica, fiscale e culturale. Sotto il profilo economico basti pensare al recovery plan, la famiglia è bistrattata e sono molto preoccupato per il 1° luglio, data della partenza dei fondi dell’assegno unico, perché a mio parere i fondi dovrebbero essere triplicati, soprattutto in un momento storico come questo».

«Una fiscalità a misura di famiglia»
«Per il secondo aspetto, quello fiscale – spiega Gandolfini – occorre una fiscalità a misura di famiglia. È necessario mettere al centro il fattore familiare e privilegiare le famiglie numerose. Trovo assurdo che una famiglia con quattro/cinque figli paghi le stesse tasse di una famiglia che ha un figlio, ci vuole una “no tax zone”. Per l’ultimo, e secondo me più importante aspetto, quello culturale. In Italia fare figli viene visto come un lusso, soprattutto nella figura femminile. Il valore della donna – conclude il fondatore di Family Day – non si deve misurare soltanto quando è ceo di un’azienda. Ma anche quando ha il coraggio di mettere al mondo tanti figli. La procreazione dovrebbe essere sostenuta, soprattutto in questo grande inverno demografico».

Adinolfi: «Serve reddito di maternità»

«È da tempo che con il Popolo della famiglia facciamo presente questi allarmanti dati alle autorità competenti, manca un serio ragionamento sulle soluzioni». Lo dice all’Adnkronos Mario Adinolfi, fondatore del Popolo della famiglia.

«Potenzialmente diventerà la principale tragedia italiana. Corroderà in Italia il welfare familiare, la sanità gratuita e la pubblica assistenza. Purtroppo sono servizi che sono attaccati dalla peste della denatalità. Rischiano di dissolversi entro vent’anni. Quella che abbiamo presentato col Popolo della famiglia – spiega Adinolfi – è la proposta del reddito di maternità. Per dare a ogni donna mille euro al mese per i primi otto anni di vita per ciascun figlio. È un investimento produttivo con costi irrisori, non dimentichiamoci che i figli sono capitale umano, se non si investe sul capitale umano l’Italia muore».

Sarebbe l’errore più grande che potremmo fare. Dovevamo prendere questi provvedimenti negli anni ’80, ora finirebbe come in Francia: finanzierebbe la natalità sbagliata.

AL momento, infatti, le natalità degli immigrati scende più di quella degli italiani negli anni. E il rapporto tra i nostri nati e i loro si mantiene stabile. Il vero problema, infatti, non sarà quanti saremo nel 2050, ma CHI saremo.

Un’Italia con 40 milioni di italiani sarebbe un paradiso. Un’Italia con 40 milioni di italiani e 20 milioni di africani e altri sarebbe un inferno in terra. Un territorio limitato sovrappopolato con una popolazione di bassa qualità che farebbe crollare il QI e quindi a cascata la ricchezza nazionale e i servizi pubblici.

Non fatevi fregare: non esiste una emergenza demografica, spauracchio che agitano per poi mostrarvi, come Saviano, la soluzione ‘immigrati’.




4 pensieri su “Natalità, culle italiane vuote: in dodici anni persi il 30% dei bambini”

  1. Genocidio bianco! Di cui nessuno parla… dando un’occhiata ai numeri, il genocidio bianco è numericamente superioriore a tutti gli altri genocidi avvenuti nel mondo, solo che quelli sono stati uccisi, mentre noi veniamo sostituiti lentamente e irrimediabilmente senza opporci. E tutto ciò ovviamente è stato pensato studiato e messo in atto da coloro che governano il mondo da centinaia di anni! Che lavorano senza sosta al progetto genocida per l’estinzione della razza bianca.

  2. “Alla contrazione dei progetti riproduttivi, con un tasso di fecondità totale sceso lo scorso anno a 1,24 figli per donna da 1,27 del 2019 (era 1,40 nel 2008), si accompagnano anche deficit dimensionali e strutturali della popolazione femminile in età feconda, che si riduce nel tempo e ha un’età media in aumento.”: è proprio questo il problema fondamentale. La popolazione femminile in età feconda sempre più in riduzione. Le poche giovani donne nate negli anni ottanta e novanta, fanno meno figli delle loro stesse madri (appartenenti alle generazioni sessantottine, femministe e del boom), che ne facevano già pochi. Infatti la fecondità italiana ha iniziato a scendere sotto il 2,1, soglia minima di sostituzione, nel 1978, guarda caso quando è stato legalizzato l’aborto, che le donne italiane hanno utilizzato purtroppo come metodo post-contraccettivo. Infatti da allora sono stati ben 6 milioni i feti soppressi, una strage, un genocidio.

    Per riprenderci, le venti-trentenni di oggi dovrebbero fare in media 4 figli a testa. Ma la vedo durissima, perché le venti-trentenni di oggi, tutto vogliono fare men che meno fare quattro figli. Perché il problema oltre che strutturale è anche culturale. Il marxismo culturale d’oltreoceano firmato Adorno-Marcuse-Horkheimer-Popper, diffusosi con il Sessantotto, ha rovinato soprattutto le donne occidentali. Quindi possiamo spendere tutti i soldi pubblici che vogliamo per finanziare la natalità, ma se non vi è una controrivoluzione culturale che rovesci il Sessantotto, sarebbero solo soldi sprecati.

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