La Superlega è la globalizzazione del calcio che spazza via la classe media

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Chi si lamenta della nascita della ‘superlega’ è lo stesso che non muove un dito per opporsi alla globalizzazione che lo ha relegato ai margini. Dai politici ai tifosi.

L’idea di agnellino altro non è che la trasposizione nel business calcistico di un fenomeno che ormai da alcuni decenni sta spazzando via la classe media e concentrando ricchezza e potere nelle mani di un numero sempre più esiguo di individui.

E siccome non può esistere democrazia senza proprietà diffusa, stiamo percorrendo il processo inverso che avevamo iniziato nell’800. Già oggi votiamo poco, ma presto vi diranno che al governo ci pensano loro e che voi non dovete votare.

Anche se la società post-moderna tende ad assomigliare più alla Roma tra la Repubblica e l’Impero: una massa di schiavi che viene usata dall’oligarchia per schiacciare il popolo. Oggi gli ‘schiavi’ sono i ‘migranti’ e il popolo sei tu che leggi.

Tutto. Dalla glorificazione del diverso all’antirazzismo militante passando per la nascita di un’agenda dei ‘diritti’ che sono invece ‘vizi’ è prodromico alla transizione da società democratica ad impero multietnico: perché non esiste e non è mai esistita una democrazia multietnica. E no, gli Usa non lo sono mai stati.

E allora, se non vi ribellate alla concentrazione di ricchezza che vi sta rendendo sudditi, evitate di farlo perché qualche oligarca porta via il pallone.

Noi la sporca dozzina l’abbiamo al governo.




4 pensieri su “La Superlega è la globalizzazione del calcio che spazza via la classe media”

  1. Caro pallone, fin dalla prima volta che sono sceso in cortile mi sono innamorato di te.
    Un amore così profondo che per una lunga parte della mia vita ti ho dedicato quasi tutto quello che avevo di buono.
    Anima e corpo, un bimbo di sette anni innamorato di te.
    E correvo. Correvo, minchia se correvo. Su e giù per quella fascia destra. Su ogni campo. Il terrore di ogni ala o terzino sinistro che pensava che “tanto questo non tira” o “tanto questo non mi spezza una gamba”. C’è gente dei paesi qui intorno che ancora mi cerca. Ti ho dato il mio cuore, ma tu mi hai restituito molto di più. Divertimento, amici, squadra…
    E non era una sfida o un lavoro. Era un gioco. Solo il più bel gioco a mia disposizione. Quanti pomeriggi tu ed io. E quanti pomeriggi in compagnia. E ferragosto. E la spiaggia. E Pasqua. E persino la neve. Quanti calci, amico mio. A te e a me.
    Adesso ti portano via.
    La mia “AgnusDeiQuiTollisPeccataMundi” non potrà mai vincere il campionato più importante che c’è e non potrò più sognare di essere Claudio Gentile che strappa la maglia a Zico.
    Perchè non importa cosa io possa fare. Io sarò sempre quel bimbo che ti correva dietro. Ma per prendere quella coppa dovrei cedere la mia anima.
    E non è una sfida nè un lavoro.
    Ma solo un gioco.

    Addio, amore mio.

    “Football”
    (1863 – 2021)

    1. Ora che sono “senza pallone”, vi faccio notare che JP Morgan studia il dossier della Superlega da circa venti anni e se non credete a me immagino crederete a “Repubblica” che nel lontano 2002 parla di “operazione Gandalf”, JP morgan e superlega. Il nostro “uomo” è Rodolfo Hecht.
      Vi ricordo che nel caso di nostra recente visione, la banca è solo “garante” mentre i picci veri sono del FIP.
      Inshallah snackbar.

  2. Ormai il calcio è morto da decenni.

    Il tifo odierno sembra una propaggine del concetto identitario nella visione progressista: si è legati solo a delle maglie, non importa chi le indossa, in quanto il giocatore è solo un ingaggiato(o mercenario). Quindi una squadra blandamente rappresenta un territorio.
    Una volta una squadra come il Genoa aveva una componente maggioritaria genovese, fatta di giocatori che erano legati alla squadra perché rappresentava la loro città e loro odoravano di carrugi. Persino l’Internazionale FC aveva un fulcro di giocatori dell’hinterland come Facchetti, Beccalossi, Bergomi, etc.

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