Fincantieri arricchisce gli schiavisti albanesi: vergogna società di Stato

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Fincantieri è una vergogna senza fine. Con la scusa dei subappalti è un generatore enorme di lavoro agli immigrati e irregolarità. E’ una società di Stato che dovrebbe assumere solo italiani. Invece, utilizzando ditte subappaltatrici, dà lavoro a basso costo a schiavisti che assumono schiavi. Un metodo più furbo di quello delle multinazionali del ‘delivery’ ma eticamente identico.

Sette euro l’ora, a volte anche qualcosa di meno, e nessun riconoscimento di malattia, ferie, tredicesima, straordinari, orari notturni, buoni pasto o anticipi di Tfr. Un conteggio spietato, anche fosse stato reale, ma in realtà le società finite nel mirino della procura e della Guardia di Finanza non calcolavano neppure tutte le ore di lavoro effettive, limitandosi ad appuntare nei registri quello che faceva loro gioco per arrivare alla cifre mensile che volevano corrispondere ai lavoratori. Il setaccio della giustizia agita ancora lo stabilimento Fincantieri di Porto Marghera e, in particolare, la gestione di appalti e subappalti dove continuano a emergere situazioni di sfruttamento che sfociano nel ricatto, affiancate a frodi fiscali utili a trattenere tutti i soldi «risparmiati» lontano dalle casse dello Stato. Questa volta sotto esame sono finite sette società a gestione albanese, di fatto in mano ad una manciata di nuclei famigliari i cui componenti si alternavano nei ruoli al vertice di ciascuna realtà; dieci le perquisizioni effettuate, quattro le persone ristrette ai domiciliari e altre sei quelle a cui è fatto divieto di risiedere a Marghera, per evitare che continuino a coltivare i loro contatti all’interno dello stabilimento (a tutti e dieci, poi, è anche proibito assumere incarichi direttivi imprenditoriali). Sono anche stati sequestrati otto immobili, auto e orologi di lusso e quote societarie per 1,3 milioni di euro.

Scandalo Fincantieri, lavoro a bengalesi invece che a italiani in cambio di mazzette

In arresto Elvisa e Gezim Hasaj, Gezim Sufaj e Valmir Sykaj, il divieto di dimora ha riguardato Valmira, Dritan e Fatjeta Sufaj, Sema Hasaj, Nexhmije Hotaj e Afrim Xhafa, incastrati anche da un pc che conteneva persino la «lista di Natale» con i regali per i dirigenti dello stabilimento. L’inchiesta sul caporalato in Fincantieri coordinata dal pm Giorgio Gava parte da lontano e si incardina attorno alla figura di Angelo Di Corrado, consulente del lavoro finito anche al centro del procedimento contro Luciano Donadio e i cosiddetti «Casalesi di Eraclea»: sono stati i suoi interrogatori, ancora ne 2019, a scoperchiare lo sfruttamento dei lavoratori bengalesi in subappalto. Quella degli albanesi è una ramificazione diversa, però: le sette società in questione si occupavano di carpenteria metallica e avevano al loro servizio circa duecento dipendenti, tutti retribuiti con il sistema della «paga globale», un pagamento forfettario orario concordato che non tiene conto di alcun integrativo o maggiorazione prevista nei contratti collettivi. Questo era possibile perché venivano scelti come dipendenti uomini obbligati ad accettare dalle circostanze: stranieri di varie nazionalità – romeni, albanesi, addirittura richiedenti asilo – che dovevano mantenere il lavoro per il rinnovo del permesso di soggiorno o per far arrivare in Italia moglie e figli. Nel mucchio anche una manciata di italiani, arrivati dal Sud Italia e a loro volta con l’acqua alla gola. I baschi verdi hanno potuto verificare di persona come gli orari di lavoro riportati nei registri non corrispondessero neppure per sbaglio a quelli di entrata e uscita dallo stabilimento, c’era chi si trovava nello stabilimento persino quando sarebbe dovuto essere di riposo, risultando in intere giornate – anche prolungate – non conteggiate.

Le famiglie albanesi al vertice annusavano il rischio di finire sulla graticola della procura. Quando seppero del procedimento contro Di Corrado e arrivarono persino a minacciarlo: «Ci interessano tua moglie e tuo figlio», gli ha fatto presente uno degli arrestati; «Noi siamo albanesi in cinque minuti ammazziamo le persone», ha rimarcato un altro; se parli delle fatture false ti tagliamo la gola, ha sottolineato il terzo. Di Corrado aveva infatti il compito di trattenere i soldi che arrivavano da Fincantieri e che le società risparmiavano sfruttando i lavoratori mascherando il tutto con false fatturazioni, esattamente come nel «sistema Mose»: incarichi di consulenza o di manutenzione a ditte estere – casualmente omonime di società italiane – ma che, qui, non avevano forza lavoro o, se l’avevano, era comunque insufficiente e non impiegata. «Neppure un’ora di lavoro reale», ammetterà il consulente del lavoro in un interrogatorio, dopo che persino una sua dipendente si era insospettita e aveva scelto di non avere più a che fare con certe pratiche. Fincantieri, da parte sua, ribadisce di essere parte lesa, di aver sempre pagato regolarmente cifre congrue alle normative e di controllare costantemente le imprese con cui lavora, che sono diverse decine solo a Marghera e che cambiano con il variare del carico di commesse.

Ve lo ricordate il *******:

Fincantieri assume immigrati: “Italiani non hanno voglia di lavorare”

Non hanno voglia di essere sfruttati da un boiardo di Stato.

Covid-19, in Veneto è boom di contagi: ringraziate i bengalesi di Fincantieri




2 pensieri su “Fincantieri arricchisce gli schiavisti albanesi: vergogna società di Stato”

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