Direttore Caritas a letto coi profughi: “Fatemi godere”, pena ridotta

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Perché la Caritas vuole i porti aperti? Per fare soldi, direte voi. Sì. Ma è solo una parte della verità. C’è anche l’amore.

Come nel caso di don Librizzi, arrestato nel giugno 2014 e poi condannato in primo grado a 9 anni di reclusione, direttore della Caritas di Trapani.

In questo ruolo, nella qualità di membro del comitato per il riconoscimento dello status di rifugiato politico, aveva preteso prestazioni sessuali in cambio del permessino di soggiorno umanitario. Dalle indagini sono emersi almeno 8 casi. Emersi. Almeno.

Ci sono poi le intercettazioni di Don Librizzi e i suoi ragazzi africani:

“Pensa a essere amico buono, amico buono, cosi i tuoi i problemi sono i miei. Hai capito… Io come mi chiamo? Simpatico”. E poi, dopo la risposta: “No, mi devi chiamare Baba, è più bello Baba. Dove vuoi andare? Dove ti piace… A casa tua”.

LUI SE NE E’ OCCUPATO

Pretende prestazioni omosessuali con frasi amorose e gesti di affetto. E se l’immigrato clandestino di turno, non è abbastanza partecipe, lo richiama.

In un’altra intercettazione: ”Ascolta… ieri ho detto al presidente (della commissione per i documenti) prendi le carte di E. e decidiamo. E abbiamo deciso, hai capito… Quindi ora tra qualche giorno, la questura ti deve fare il permesso di soggiorno, hai capito? Il problema è che le tue carte erano ferme, perchè c’era la Svizzera, hai capito? l problemi che c’erano in Svizzera. Quindi io ho detto al presidente, togli i problemi della Svizzera e diamo subito positivo, hai capito?”.

A Trapani, come nel resto d’Italia, l’immigrazione è un business che fa gola a politici, preti e imprenditori, tutti indagati o già condannati per altre faccende. “È un modello molto simile a quello di Roma”, avvertì il procuratore capo di Trapani Marcello Viola. E i numeri, come già per il sistema orchestrato da Salvatore Buzzi in Mafia Capitale, ha numeri enormi. Basti pensare che il giro di affari muove tremila immigrati, per cui prendono dai 32 ai 35 euro al giorno, e sedicenti minori, per cui la cifra lievita a 80 euro al giorno.

L’inchiesta della procura di Trapani va oltre la condanna, confermata, di don Sergio Librizzi, direttore della Carita$ locale, che soleva sbattersi i profughi.

Attraverso una cooperativa di cui era socio, don Sergio controllava, come spiegano i magistrati, “in via diretta e indiretta tutti i centri di accoglienza presenti nella provincia di Taranto […] mediante una rete clientelare di cui fanno parte anche membri delle forze dell’ordine, del mondo del volontariato, della diocesi trapanese e dell’apparato amministrativo locale”.

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Le indagini ricostruiscono così la trama che porta al vescovo Francesco Micciché e permette di individuare tre “cartelli” distinti. Uno riconduce a Giuseppe Giammarinaro, ex deputato regionale diccì che si lega a prestanome di politici locali che in passato hanno sempre lavorato nell’edilizia, nelle discariche, nell’eolico e nel fotovoltaico e che ora si sono dati al business dell’immigrazione. Il secondo “cartello” riconduce a Onofrio Norino Fratello, l’ex deputato regionale dell’Udc che ha patteggiato una condanna a 18 mesi per concorso esterno. “Se patteggio – aveva chiesto al giudice – posso ricandidarmi?”. Infine c’è il colosso dell’accoglienza che riconduce a Giuseppe Scozzari. “In provincia di Trapani ha come braccio operativo le cooperative ‘Insieme’, ma i suoi interessi sono estesi anche lontano dalla Sicilia”, spiega Attilio Bolzoni su Repubblica ricordando che a Gorizia l’ex politico dell’Ulivo è sotto processo per “associazione a delinquere finalizzata alla truffa”. Nel mirino dei pm c’è la gestione del centro di permanenza temporanea e del centro di accoglienza richiedenti asilo in Friuli.

Sesso, droga e profughi. E uno spruzzo di falsa religione.

E vi sembra normale che il direttore della Caritas, al tempo del PD, decidesse chi era o non era profugo?

La questione di Librizzi era tornata in auge dopo l’arresto dell’ex deputato democratico dell’Ars Onofrio Fratello, che era nata dalle attività di intercettazione tra l’ex onorevole e proprio don Sergio Librizzi, riguardo il business dei profughi.

Insomma, uno ci guadagnava, l’altro ci faceva altro. Almeno secondo le accuse.

Se la Chiesa non esce dal business dell’accoglienza, ne verrà travolta.

Alcuni mesi fa, la pena al direttore della Caritas è stata ridotta in appello la condanna. Con una motivazione da far rizzare i capelli.

Membro della Commissione per il riconoscimento dello status di richiedente asilo, era accusato di avere ottenuto prestazioni sessuali dai migranti in cambio di favori nella pratica per il permesso di soggiorno. La prima sezione, presieduta dal giudice Adriana Piras, lo ha condannato a 6 anni, due mesi e venti giorni, riqualificando il reato in induzione alla corruzione, come indicato dalla corte di Cassazione che aveva annullato la precedente sentenza di condanna. In primo grado era stato condannato dal gup di Trapani a 9 anni di reclusione per concussione e violenza sessuale, poi confermata anche dalla Corte d’appello di Palermo. La sentenza nel dicembre 2017 venne annullata dalla corte di Cassazione, rispedendo gli atti ai giudici palermitani che oggi hanno ridotto la pena, assolvendo don Librizzi da un lungo elenco di episodi di violenza sessuale.

In pratica, secondo i giudici, i clandestini si prostituivano liberamente al direttore della Caritas in cambio del suo intervento per la concessione dell’Asilo. Il che è molto probabile: non sono vittime, sono complici. Ma andrebbero condannati anche loro, non ridotta la pena a lui.

L’ex direttore della Caritas trapanese era stato arrestato nel 2014 dagli agenti del Corpo Forestale, nell’ambito di un’indagine che porto’ alla luce il business dei centri d’accoglienza per migranti. Era finito ai domiciliari, scontati a casa di una zia a Campofelice di Roccella, ma e’ tornato in liberta’ con la sentenza della Cassazione. L’avvocato ha annunciato nuovamente ricorso in Cassazione e in attesa della sentenza definitiva restera’ in liberta’. Secondo le inchieste condotte dalla procura di Trapani, il prete era il controllore occulto della cooperativa Badiagrande, principale ente gestore di centri per migranti nel trapanese, compreso il Cie di contrada Milo, all’interno del quale si svolgevano le riunioni della Commissione di cui era membro don Librizzi. Nella sentenza di primo grado il gup di Trapani aveva riconosciuto il “ruolo dominante nella zona trapanese dell’imputato”. Secondo la Cassazione pero’ “e’ indiscutibile che un accordo puo’ essere raggiunto anche tra soggetti che si trovano in posizioni differenti” e che “cio’ non cambia quando si tratta di un accordo illecito: quel che rileva e’ la sussistenza di un obiettivo comune, che proprio l’accordo incarna”. Nel corso del nuovo processo la Corte, su richiesta dell’avvocato Donatella Buscaino, legate del prete, ha riaperto l’istruttoria dibattimentale, ascoltando dei testimoni in aula e acquisendo i provvedimenti emessi dalla Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di richiedente asilo nelle sedute a cui aveva partecipato anche don Librizzi.




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