Brutale stupro a Milano: per l’africano arriva lo sconto di pena

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L’africano era a processo per aver violentato in pieno giorno una donna di 45 anni mentre passeggiava con il suo cane, lo scorso 15 luglio, nel parco del Monte Stella, la cosiddetta montagnetta di San Siro, periferia nord-ovest di Milano. Un episodio gravissimo che aveva destato grande allarme in quei giorni, perché si era trattato di una brutale violenza da strada.

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È stato condannato a 6 anni e 8 mesi di reclusione Ibrahima Camara, senegalese di 24 anni, era che imputato con rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo sulla pena, davanti al gup di Milano Giulio Fanales con l’accusa di aver violentato in pieno giorno una donna di 45 anni, mentre passeggiava con il suo cane, lo scorso 15 luglio nel parco del Monte Stella. Una vicenda che aveva destato indignazione e anche paura sul fronte sicurezza. La richiesta di condanna a 6 anni e 8 mesi era stata formulata dal pm Monia Di Marco, Il gup ha anche deciso che l’imputato andrà espulso una volta espiata la pena.

La Squadra mobile della polizia, dopo una rapida indagine in collaborazione con la Scientifica che analizzò le tracce di Dna sulla vittima, il 22 luglio del 2020 aveva fermato il senegalese con alcuni precedenti, senza fissa dimora e che aveva un giaciglio nel mercato comunale dismesso di via Isernia. Gli agenti avevano sentito numerosi testimoni e trovato un frame da un video girato da una telecamera di sorveglianza della zona che permisero di ricostruire la fisionomia dell’aggressore e gli abiti che indossava. Elementi che la vittima era riuscita a riconoscere. Poi l’analisi del Dna fu decisiva.

Dopo un’inchiesta lampo, a cui avevano collaborato anche gli esperti della Scientifica nell’analisi delle tracce di Dna lasciati sul corpo della donna, la Squadra mobile aveva fermato dopo una settimana il senegalese, senza fissa dimora, con precedenti, che aveva un giaciglio nel mercato comunale dismesso di via Isernia, a poca distanza dal luogo dello stupro. Gli agenti avevano sentito numerosi testimoni e trovato un frame da un video girato da una telecamera di sorveglianza della zona e da cui avevano tratto indicazioni utili: la fisionomia dell’aggressore e gli abiti che indossava. Elementi che la vittima, pur provata dalla terribile esperienza, era riuscita a riconoscere. Decisiva nelle indagini anche l’analisi sul Dna. La certezza assoluta era arrivata proprio quando la Scientifica aveva comparato il Dna del ventiquattrenne con quello prelevato dal liquido seminale ritrovato sugli indumenti e sul corpo della vittima della violenza, che era subito stata soccorsa e accompagnata alla Mangiagalli. Il laboratorio ha restituito una compatibilità al 100%. Era l’ultimo tassello che i poliziotti aspettavano per incastrarlo.

Che senso ha concedere l’abbreviato a chi è chiaramente colpevole vista la prova del DNA?

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