LA FOTO CHE INCASTRA LE ONG: SCAFISTI OBBLIGANO CLANDESTINI A SALIRE SU NAVI ONG, POI SALGONO ANCHE LORO – FOTO

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L’inchiesta di Trapani sulle Ong svela particolari ancora più scandalosi dei rapporti tra Ong e scafisti.

Nel 2017, un agente infiltrato registra il comandante della Vos Hestia: “Sui trafficanti non faccio la spia”. Perché denunciare chi ti rifornisce di carne umana?

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— In un’immagine si vede lo scafista mentre picchia i suoi clienti clandestini un po’ riottosi con una cintura, davanti ai cosiddetti volontari della nave “Vos Hestia”. In un altro scatto, ha in mano un tubo di ferro giallo. Poi, il trafficante di clandestini sale pure lui a bordo dell’imbarcazione dell’ong “Save the children” che gestiva la nave. Una collaborazione proficua.

Un’altra immagine lo ritrae mentre cammina tranquillo nel porto di Reggio Calabria: indossa una maglietta bianca (sulla manica il numero tre), nessuno l’ha denunciato. Le foto scattate da un agente sotto copertura, che nel 2017 ha finto di essere un volontario, sono diventate per la procura di Trapani un atto d’accusa contro la Ong.

A noi paiono chiare. Come pare chiaro l’obbligo a salire sulle navi ong perché quello era stato, evidentemente, pattuito dietro pagamento.

Le contestazioni sono favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e falso, mosse anche nei confronti di “Medici senza frontiere” e “Jungend Rettet”. Nell’estate di quattro anni fa, queste ong, con queste tecniche, traghettarono in Italia migliaia di clandestini. Ecco come.

In quei mesi, il comandante di “Vos Hestia”, Marco Amato, sbottò con un collaboratore: «Ti ho detto seimila volte che io a bordo ho altri ruoli e non quello di fare la spia o l’investigatore». Il pool coordinato dal procuratore facente funzione Maurizio Agnello contesta al comandante di non aver voluto dare alcuna informazione alla polizia sugli scafisti. Nelle intercettazioni, Amato se la prendeva con chi violava questa linea: «Appena torna lo scemo vedo cosa vuole fare — diceva ancora — altrimenti lo mando a fare in culo dicendogli: “Vedi dove te ne devi andare, vai a mangiare a casa, ti vuoi stare zitto o te ne vai… siamo partiti già male». L’uomo che chiamava lo “scemo” aveva indicato alla polizia due scafisti.

Ma perché non segnalare gli scafisti all’arrivo nei porti? Se lo chiedono adesso i magistrati, che hanno messo agli atti della loro inchiesta anche una relazione dell’agente del Servizio centrale operativo che ha operato sotto copertura. Racconta che al porto di Reggio Calabria, il comandante Amato gli indicò quel giovane con la maglietta bianca e il numero tre: «Ha picchiato i migranti», sussurrò. La polizia commenta nel rapporto alla procura, firmato anche dalla Guardia Costiera: «È evidente che Amato fosse a conoscenza di quanto commesso in pregiudizio dei migranti. Ma nessuna segnalazione è stata fatta alle autorità di polizia presenti allo sbarco, né sui giornali di bordo». Come dire, non fu chiuso solo un occhio, per portare a termine in sicurezza le operazioni di salvataggio. In alcuni casi, si evitò del tutto di denunciare i trafficanti di uomini. Finendo per offrirgli una pericolosa sponda, sostiene l’accusa.

Nei giorni scorsi, la procura di Trapani ha chiuso l’indagine nei confronti di 21 persone che operarono fra il 2016 e il 2017 a bordo non solo di “Vos Hestia”, ma anche di “Vos Prudence” e Iuventa. In altre foto, scattate dall’agente sotto copertura il 18 giugno 2017, si vedono tre scafisti mentre si avvicinano ai volontari di “Vos Hestia”, smontano in tutta calma il motore dal gommone dei migranti e vanno via. Lo stesso giorno, un operatore di nave “Iuventa” riporta verso le coste libiche tre barchini. «Al largo c’erano i trafficanti», annota il poliziotto. Un’altra sequenza di immagini. Il 26 giugno, tre uomini su un potente gommone affiancano “Vos Hestia”, sono trafficanti che annunciano l’arrivo di un altro carico di vite umane. L’agente trasmette la foto ai suoi colleghi, che riconoscono subito il più importante del gruppo: è Suleiman Dabbashi, fa parte di una famiglia influente a Sabrata, gestisce numerose safe house, le case di prigionia dei migranti.

Ecco gli umanitari.




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