Senza reggiseno per solidarietà a Rackete vengono ricoperte di insulti, gli ‘haters’ la fanno franca

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Due anni fa Giulia Trivero e Nicoletta Nobile, due presunte attrici di Modena, furono oggetto di critiche sui social per aver indetto il “Free Nipples Day”, una giornata senza reggiseno, in sostegno della speronatrice di motovedette Carola Rackete che, per essersi presentata in maglietta e basta a un processo, si coprì di ridicolo.

Le critiche contro di loro spinsero queste due ‘attrici’ a denunciare. Ma dopo avere perso tempo e i soldi dei contribuenti, la Procura di Torino ha chiesto l’archiviazione perché, se si sa a chi appartengono i profili dei commentatori, la polizia postale non ha saputo stabilire se i commenti li hanno scritti loro.

«All’epoca la cosa che più ci colpì fu che un’iniziativa che voleva (in maniera ironica) denunciare la strumentalizzazione del corpo femminile da parte di un certo modo di fare giornalismo in Italia ha prodotto la stessa strumentalizzazione. Si è trattato di insulti fortemente sessisti, a volte basati sul nostro aspetto fisico. Gli attacchi ci sono arrivati indistintamente da uomini e donne. Il sessismo non dipende dal genere di chi lo applica, ma da un sistema di pensiero patriarcale che spesso porta a pensare che una donna che si espone nel dibattito pubblico si stia occupando di cose che non la riguardano e debba essere punita. Il tenore dei commenti si riferiva spesso alla sfera sessuale, fino ad “auguri” di morte e di stupro».

Secondo voi dove finiva l’offesa e iniziava la diffamazione?

«Di diffamazione si parla quando le offese vengono fatte in pubblico. E più pubblico di così! Abbiamo deciso di rivolgerci a un avvocato perché speravamo che chi scatena il proprio odio online in maniera indiscriminata non possa e non debba sentirsi al sicuro dal punto di vista legale. Non sappiamo che tipi di persone siano, non ci interessa. Spesso si tende a sminuire il fenomeno limitandolo a gruppi di persone magari politicamente schierate e ignoranti, ma se la situazione online è così fuori controllo probabilmente significa che la questione è più complessa. Ciò che ci interessa è che chi scatena il proprio odio online in maniera indiscriminata sappia che possono esserci delle conseguenze legali».

Come avete accolto la richiesta di archiviazione della Procura di Torino?

«Quando abbiamo deciso di denunciare sapevamo a cosa andavamo incontro, per cui non ci siamo stupite più di tanto. Arrabbiate, sì. Abbiamo deciso di portare avanti la denuncia nonostante tutto perché per noi è un gesto politico: non riguarda solo noi. I social sono ormai un luogo dove la comunità vive, soprattutto in questo momento di grande isolamento, e non possono essere il parco giochi di chi vomita odio e sa di poterlo fare perché nessuno verrà a chiedere il conto».

La Procura sostiene l’impossibilità di identificare l’autore dei commenti anche se è identificato a chi corrisponde un profilo social. Potete spiegare meglio questo concetto?

«Con il nostro avvocato abbiamo deciso di opporci all’archiviazione. Sarebbe importante una maggior responsabilizzazione nell’uso dei social. Così, anche nel caso che qualcuno/a abbia accidentalmente fatto accedere un parente o amico al proprio profilo e che questo parente o amico abbia deciso di postare proprio in quel momento da quel profilo un commento come (citiamo) “Dopo che vi siete tolte il reggiseno per una cretina… usatelo per strozzarvi!! Gente inutile”, beh, ci auguriamo che questo qualcuno/a abbia la possibilità di dimostrarlo andando a processo e la prossima volta faccia più attenzione a chi presta il computer. Quanta gente distratta…»

È corretto parlare di una resa di chi indagava? E che conseguenze può avere?

«La nostra impressione è che si svalutino i danni reali dell’odio sui social e che quindi non ci sia l’interesse a fare il possibile per una regolamentazione, quantomeno, non in tutti i casi. Nella nostra società valgono delle regole che su quelle piattaforme – peraltro, private – non valgono. Le conseguenze crediamo siano evidenti: invece di andare nella direzione di una regolamentazione più rispettosa della libertà di espressione di ognuno/a si manda un segnale forte di legittimazione di atteggiamenti violenti e denigratori. Senza tralasciare i danni psicologici che si possono creare- e di casi finiti male rispetto alle shitstorm ne conosciamo fin troppi- crediamo che la questione sia politica e determinante, oggi più che mai: finché a casi del genere non si darà risposta e li si farà cadere nell’oblio verrà incoraggiato un atteggiamento che di umano ha ben poco».

Cos’è cambiato?

«Nell’anno e mezzo che è passato dal “freenipplesday” ci sembra che le cose si stiano muovendo, che il pensiero e le sensibilità si stiano evolvendo rispetto a certe questioni che dovrebbero essere normali, non solo per quanto riguarda il clima sessista in cui viviamo e di cui alcune narrazioni giornalistiche sono intrise ma anche per quanto riguarda la tutela dall’odio online».

La cosa migliore con personaggi in evidente ricerca di attenzioni e pubblicità è ignorarli. Non dare visibilità. Neanche con gli insulti.




6 pensieri su “Senza reggiseno per solidarietà a Rackete vengono ricoperte di insulti, gli ‘haters’ la fanno franca”

  1. Ormai la diffamazione, da tutela legale soprattutto rivolta contro gli arbitri della stampa, è ridotta e rincorrere la gente che dice ‘stronzo’ a qualcun altro sulle reti sociali. E poi c’è chi ci si attacca anche quando non ci sono nemmeno veri insulti, ma semplici considerazioni sul lavoro o il pensiero altrui, un modo che hanno trovato per prendere soldi e silenziare chi gli si oppone.
    Dopo la palingenesi che ci sarà, perché prima o poi ci sarà, non basteranno elezioni ormai è chiaro, data l’interdipendenza che impedisce a chiunque di essere veramente sovrano, perfino allo stato più potente del mondo, uno dei primi atti sarà depotenziare il reato di diffamazione al puro campo civile.

  2. Le argomentazioni vanno sostenute. Se quando non riesci più a sostenere le tue argomentazioni mi metti le mani al collo come minimo ti spingo per allontanarti; se ci riprovi ti becchi un pugno sui denti.
    Perchè, sai, c’è filosofia e filosofia. E io sono un “Brunista” (inteso come Pasquale Bruno: “se mi tocchi ti tocco”).
    Non vorrai mica denigrare la mia filosofia e religione, vero? Sarebbe molto razzista da parte tua. Forse anche un po’ antisemita.
    Perchè questo è un classico “occhio per occhio”. Mi dispiace se tu pensi che io debba porgere l’altra chiappa. Ma sai, ad esempio anche gli ebrei non ci credono a sta cosa dell’altra chiappa.
    E poi, visto che viviamo in uno stato di merda, sul sito del ministero c’è scritto tutto quello che devo fare per fondare una mia religione brunista. E non ho nemmeno bisogno di diecimila stronzi come in Inghilterra.

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